Infrastrutture di ricerca e microimpresa: per lo sviluppo di una coscienza europeista

E’ concettualmente ormai ben condiviso – a parte le anacronistiche tesi revisionistiche di cui sono portatrici le attuali forze politiche populiste – che l’esigenza di una Unione Europea ha tratto origine dalle rovine e dalle macerie fisiche e morali della seconda guerra mondiale, se è vero, come è ormai storicamente assodato, che nella primavera del 1944 la resistenza europea già auspicava il “superamento del dogma della sovranità assoluta degli Stati” e la creazione di una “Unione federale”.

Apparve scontato alla fine del conflitto che il tentativo di dare una risposta a ciò si sviluppasse secondo l’approccio convenzionale basato sull’assunto che “una pace duratura potesse essere garantita solo da alleanze militari ampie e solide”; eppure il paradigma CED – Comunità Europea della Difesa – che ne derivò fallì miseramente rivelandosi fragile.

L’idea, comunque, non morì con questo tentativo, trovando nuova linfa dalla visione strategica del politico francese Jean Omer Marie Gabriel Monnet secondo il quale la creazione delle basi di una Unione Europea Federale doveva passare attraverso il trasferimento progressivo di limitate competenze nazionali ad organismi sopranazionali;  ed è partendo da questa intuizione che nasce la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA).

Se è quasi banale ricordare che il suo fine ultimo era la messa sotto controllo delle materie prime (carbone, minerali ecc.) e di un prodotto – l’acciaio – ai tempi come oggi – come è dimostrato dall’intrecciarsi di aspetti politici, industriali, economici ed ambientali nelle vicende che hanno accompagnato la ricollocazione nel mercato del principale asset siderurgico nazionale, cioè l’ILVA – fondamentale e strategico per l’economia del Continente diventano rilevanti una serie di decisioni che da essa mutuarono.

E’ sicuramente meno noto ai molti che la creazione della  Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio portò alla nascita di una rete di Centri di ricerca tecnologici europei da essa finanziati aventi l’obiettivo di sostenere attraverso progetti transnazionali la crescita qualitativa del prodotto in relazione alle richieste degli end-user, in primis l’industria dell’automobile ed energetica.

E’ su questo humus che si enuclea dall’ endroit siderurgico la cooperazione europea e la figura di un nuovo cittadino condivisore e portatore non più solo di valori nazionali, ma anche europeistici;  succede, cioè, che di fatto viene sancito idealmente un patto fondatore tra Unione Europea, Industria e Scienza/Tecnologia in cui la Ricerca e Sviluppo (R&S), quasi tracimando dal suo compito istituzionale – sviluppare ed introdurre la innovazione tecnologica necessaria a quella competitività che oggi definiremo sostenibile – va a svolgere un ruolo sociale e politico strategico di tale rilevanza che questo modello viene espanso successivamente attraverso la fondazione della Comunità Europea per l’Energia Atomica (CEEA), dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) e la creazione ed il progressivo allargamento di competenze della Direzione Generale per la Ricerca e l’Innovazione che opera nell’ambito della Commissione Europea

Di fatto questo modello è oggigiorno ancora attivo ed è andato rispetto all’origine arricchendosi di strumenti– anche nuovi- a supporto della ricerca, della pubblicizzazione e dello sfruttamento dei risultati della stessa, dell’ interscambio di ricercatori tra i diversi paesi dell’Unione Europea (Erasmus, Curie, ecc.), dei rapporti con i territori (fondi strutturali), ecc., sebbene, essendo il background industriale su cui essi si muovono in parte fortemente cambiato, hanno perso un po’ del loro ruolo “politico”, pur continuando a svolgere una azione di “collante culturale” (crisi energetica, saturazione del prodotto acciaio e petrolchimico, caduta del muro di Berlino e la globalizzazione dei mercati e delle imprese, succedutisi nell’ultimo trentennio del 1900).

Come ogni modello anche questo presenta alcuni limiti che in particolare vanno ad amplificarsi in maniera consistente nel tessuto nazionale; il nostro paese, infatti, evidenzia una frammentazione estrema nel tessuto industriale, essendo circa l’80% delle nostre imprese “micro”, ovvero con un numero di addetti inferiore a nove e ciò, proprio per la loro natura e dimensione, rende difficilissimo ad esse l’accesso al circuito europeo, il loro “clusterizzarsi” alle grandi imprese su progetti strategici integrati, una crescita in termini di capacità produttiva, la perdita di opportunità di crescita nel volume di affari, di shifting verso ambiti tecnologici a più elevato valore aggiunto, oltre che non permettere loro di contribuire , in ultimo, più massicciamente alla espansione di una cultura europeistica.  E questo modello, reso ancor più complesso – e quindi oneroso –  dalla presenza di organizzazioni europee agenti da interfaccia tra industria e Commissione Europea (Clean Sky, Garteur, ecc.) risponde bene alle esigenze di progetti di grande e media taglia quale, ad esempio, quello che nel passato nell’ambito del quinto programma quadro ha portato allo sviluppo dell’Airbus A380 (progetto Tango) attraverso la partecipazione di oltre ottanta imprese tra grosse e medie, e la disponibilità di un budget complessivo di $13 Billion o il progetto Dromosplan (Drones for Monitoring Steel Plants) che si avvale di un budget di oltre 1MEuro e la partecipazione società di grande e media dimensione, università e centri di ricerca italiani, tedeschi e gallesi (Dati da http://www.dromosplan.eu/).

Premesso che i Centri di Ricerca a cui si è fatto riferimento nel percorso storico-politico sopra delineato sono per  la massima parte oggigiorno strutture private o, comunque, agenti nell’ambito dei confini e della mission assegnata dagli shareholders, un leverage su cui agire per ridurre la barriera di potenziale che attualmente si oppone ad una piena, profonda e stabile integrazione della micro impresa – ed in particolare quella italiana – alle dinamiche e alle opportunità della ricerca europea potrebbe essere costituito dalle “Infrastrutture di ricerca” (IR), cioè quell’ insieme di soggetti pubblici o pubblico-privato in grado di rendere disponibili “strutture, risorse e servizi collegati utilizzati dalla comunità scientifica per condurre ricerche di alta qualità nei rispettivi campi senza vincolo di appartenenza istituzionale o nazionale” e caratterizzati da una distribuzione capillare sul territorio tali da renderle contigue al tessuto nazionale della micro-impresa e/o a strutture capaci di aggregare la domanda di innovazione tecnologica e di servizi espressa da parte delle stesse (Tecnopoli).

Il fatto che il concetto di IR è ancora, infatti, in fase di affinamento ed evoluzione in tutta l’Unione Europea partendo da definizioni strategiche di medio-lungo termine elaborate a livello nazionale e che l’ Unione Europea non ne ha ancora definito le modalità di implementazione, si apre una congiuntura favorevole per far sì che le politiche nazionali e regionali dalla stessa in elaborazione favoriscano una proficua interazione tra microimpresa ed Infrastruttura di Ricerca anche in termini di disponibilità finanziarie e regole che facilitino il loro accesso “idealmente senza richieste di contributo economico” (scorporo e copertura di voci di costo quali, ad es.manutenzione, gestione, personale, ecc.).

Avvicinare, in conclusione, la microimpresa alle dinamiche di R&D dell’Unione Europea attraverso una idea di Infrastruttura di Ricerca pensata anche a tale scopo potrebbe costituire una delle chiavi di lettura atte a permettere il superamento dei limiti di produttività e di innovazione di prodotto di questa parte fondamentale per il Sistema Italia; da un punto di vista più squisitamente politico, se è vera la equazione populismo/aree a bassa densità di popolazione e di innovazione scientifica/tecnologica che sembra emergere da studi politici e sociologici, il perseguimento di un modello capace di mettere insieme il mondo della Microimpresa con quello della IR, data la distribuzione sul territorio delle Infrastrutture di ricerca stesse, potrebbe far da volano ad un rafforzamento della coscienza europeista al di fuori delle aree urbane replicando in altra forma l’esperienza ed i risultati conseguiti con successo attraverso l’operato della CECA.

di Francesco Sintoni