Dipendenti pubblici: un’analisi italiana

In Italia vi sono 3.055.000 dipendenti pubblici, contro i 5.530.000 della Francia e i 5.076.000 del Regno Unito, paesi paragonabili per numero di abitanti (dati OECD relativi al 2015). Questo corrisponde a 48,9 pubblici di pendenti per 1000 abitanti in Italia, contro gli 83,2 della Francia e i 78 del Regno Unito; e contro anche i 60,5 della Spagna e i 70,9 degli USA. La Germania è apparentemente simile all’Italia (52.5 addetti per 1000 abitanti), ma questo dato è falsato dal fatto che in Germania il personale sanitario ha un contratto di tipo privatistico. Si potrebbe pensare che la differenza sia compensata da un maggiore ricorso a questo tipo di contratto anche per l’Italia (o a maggiori esternalizzazioni in generale), ma non è così: se consideriamo il totale degli addetti, pubblici e privati, nei settori che forniscono servizi pubblici (gas, elettricità, acqua, fognature, pubblica amministrazione, educazione, sanità e assistenza) abbiamo 81 addetti per 1000 abitanti in Italia, contro i 133,3 della Francia, i 151,5 del Regno Unito, gli 88,4 della Spagna, i 134,1 della Germania e i 180 degli USA (dati ILO relativi al 2015).

Il sottodimensionamento della pubblica amministrazione italiana è un dato strutturale; il blocco del turnover degli ultimi anni ha pesantemente aggravato due ulteriori caratteristiche negative, e pericolose. La prima di queste è la bassa scolarità dei pubblici dipendenti. Poco più del 34% è in possesso di laurea, mentre nel Regno Unito sono il 59% e in Francia il 68% (dati Forum PA, 2012). Nello stesso anno, in Italia il 49% degli impiegati amministrativi e tecnici addetti a mansioni per le quali è richiesta la laurea se assunti dall’esterno non erano laureati (dati ARAN relativi al 2012). La seconda è la distribuzione per età dei pubblici dipendenti. Nel 2015 la quota di addetti alla pubblica amministrazione con meno di 35 anni era il 2%, la più bassa fra tutti i paesi OECD (dove la media era del 18%), e quella di addetti con più di 54 anni era il 45%, la più alta (la media era il 24%).

All’anomalia di questi dati generali rispetto ai paesi europei più sviluppati corrispondono ovviamente carenze specifiche molto preoccupanti. Facciamo degli esempi. In Italia ci sono 5,4 infermieri per 1000 abitanti, contro i 9,9 della Francia, i 7,9 del Regno Unito, i 13,3 della Germania e gli 11,3 degli USA (dati OECD riferiti al 2015). Gli addetti ai servizi per l’impiego sono 9000, contro gli 11.000 della Spagna, i 49.000 della

Francia e i 115.000 della Germania (dati ISFOL, 2014, ripresi dall’OECD1). In Italia (dati OECD riferiti al 2015) la percentuale di studenti seguiti dall’istituzione scolastica al di fuori dell’orario curricolare è la più bassa dell’intera OECD (28,04%), preceduta dal Messico, 33,96. La percentuale di ricercatori sul totale degli addetti è la quartultima dell’OECD (0,49%, precedendo Turchia, Cile e Messico; in Germania è 0,82, in Francia 0,99 e in Spagna 0,68. Dati OECD riferiti al 2014).Che nel nostro paese la gestione del fisco non sia adeguata è cosa nota; è lecito pensare che ciò dipenda anche dal fatto che nel 2015 c’erano 1485 cittadini per ogni addetto al settore, contro i 1146 del Regno Unito, i 994 della Francia, i 732 della Germania (dati OECD). Senza citare altre cifre, la carenza di personale, e gli inconvenienti che ne derivano, sono evidenti in vari settori: basti pensare all’amministrazione della giustizia civile o alla tutela dell’ambiente.

In un paese sviluppato lo Stato, cui fanno capo l’istruzione, la sanità, la giustizia e la pubblica amministrazione è fra i principali datori di lavoro per i laureati; è quindi molto probabile che il sottodimensionamento del settore pubblico sia la causa principale, e forse unica, dell’apparente paradosso per cui l’Italia pur avendo pochissimi laureati rispetto alla popolazione ha un tasso di disoccupazione dei laureati elevatissimo. La quota di laureati sulla popolazione in età 25-34 è del 26%, la penultima fra i paesi OECD (davanti al solo Messico), ma il tasso di occupazione dei laureati nella stessa fascia di età (66%) è addirittura l’ultima in assoluto fra quei paesi (dati OECD relativi al 2016). Forse il dato più indicativo riguarda la Pubblica Amministrazione strictu sensu: in Italia c’erano nel 2016 47,3 abitanti per ogni impiegato in quel settore, contro i 26,7 della Francia, i 29,9 della Germania, i 35,6 della Spagna e i 34,6 del Regno Unito. Per avere lo stesso rapporto della Germania bisognerebbe assumere 821.000 nuovi addetti, circa due terzi della dotazione attuale; e per avere lo stesso rapporto degli USA bisognerebbe assumerne 1.309.000, un po’ più dello stock attuale. Nella classifica dell’International civil service effectiveness index del 2017, elaborato dall’Università di Oxford, l’Italia è al quintultimo posto fra i 31 paesi considerati, seguita solo da Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria e Slovacchia, e preceduta da Portogallo e Turchia. Altri fattori contribuiscono presumibilmente a questo risultato, ma è degno di nota che l’Italia abbia dei valori particolarmente bassi soprattutto per quanto riguarda la capacità (capability) e la gestione fiscale e finanziaria, due dimensioni in cui è sensato pensare che le carenze qualitative e quantitative di personale abbiano effetti particolarmente sensibili. E’ ragionevole ritenere che la carenza di personale influisca non poco sulla inefficienza relativa della pubblica amministrazione rispetto ai paesi con cui è sensato confrontarsi, e che sia difficile raggiungere il loro livello con un numero di addetti così diverso.

di Francesco di Tommaso