Cooperazione sociale e disabilità: guardare oltre il miraggio

Il traguardo che si deve prefiggere ogni individuo che si accinga ad operare nell’ambito della disabilità fisica o psichica deve essere necessariamente quello della ricerca a tutti i costi di una certa inclusione sociale del disabile.

A volte tutto può avvenire in tempi brevi, in alcune occasioni bisogna invece  faticare di più ma è indispensabile non arrendersi mai agli eventi. Con un po’ di fantasia tale ricerca si potrebbe paragonare ad una battaglia ovvero ad attraversamenti di mari, a volte anche tempestosi, che però non devono mai spaventare troppo né tanto meno portare ad irreversibili scoramenti. In pratica l’obiettivo deve (o dovrebbe) essere sempre quello  di una vera e propria missione da compiere.

Le persone che si dedicano a tale attività devono pertanto avere caratteristiche fuori dal comune: è importante che abbiano intelligenza, buona volontà e soprattutto molta pazienza. Il compito da svolgere è estremamente delicato:  è molto difficile infatti essere giudiziosi o educati ed allo stesso tempo mantenere una fermezza senza che la stessa debba mai sfociare in durezza.

Tale lavoro, comunque, porta ad avere enormi soddisfazioni come confermato, nel corso di interviste, da alcuni dirigenti di una cooperativa sociale avente la sede nella zona della Batteria Nomentana a Roma.

Quello che è trapelato immediatamente dal colloquio con uno di questi, il  vice presidente della cooperativa, è stata la inesauribile positività che lui è sempre riuscito a trasmettere nel  lavoro. Come noto, peraltro, essere positivi e di buon umore è già un discreto viatico per la riuscita di questo genere di terapia e comporta una grande serenità pure a chi la applica. Tale caratteristica gli deriva, come ha simpaticamente precisato, oltre che da una annosa esperienza in questo particolare ramo anche dal fatto che l’azienda stessa (di cui lui è  stato il co-fondatore)  originariamente, addirittura dal 1996, si occupava esclusivamente di attività ludico-ricreative. Poi, nel tempo, oltre a intrattenere bambini cosiddetti normo-dotati, si sono affacciate famiglie meno fortunate a chiedere che venissero ospitati nei campus i loro bimbi portatori di qualche disabilità. Gli esperimenti in tal senso furono sempre più favorevoli fino al punto che l’azienda si occupa ora esclusivamente dello specifico settore.

C’è stata quindi l’intervista di altro esponente, una ragazza psicologa e psicoterapeuta, che svolge nella cooperativa attività fra l’altro  di  selezione del personale ed è parimenti entusiasta di tale lavoro.

Peraltro lo scrivente l’aveva già intervistata alcuni anni addietro quando la stessa era coordinatrice di  giovani con sindrome di down che lavoravano in un ristorante in zona Cinecittà.

Lei ha candidamente confessato di avere sempre avuto entusiasmo  per il suo lavoro come dote innata: sin da quando era bambina infatti  sentiva istintivamente una accentuata predilezione per la cura e l’assistenza dei  più deboli.

Ha raccontato poi, ed in tale frangente la commozione cominciava a manifestarsi, di aver conseguito in questa sua attività delle soddisfazioni inenarrabili come quando una ragazza che all’origine aveva delle disabilità piuttosto gravi era diventata, nel tempo, quasi completamente  autosufficiente. Non solo quindi c’era stata una adeguata inclusione nell’ambito lavorativo ma vistosissimi progressi erano stati raggiunti anche sotto altri profili: basti pensare che la giovane era perfino riuscita ad instaurare una relazione sentimentale con un coetaneo.

Mentre esponeva queste situazioni in tale manager si notava uno sguardo intenso e particolare; in pratica dagli occhi le si poteva interpretare la sua grande delicatezza d’animo.

La conclusione che si può trarre dall’intervista di questi due lungimiranti esponenti aziendali è che molto spesso far del bene  agli altri fa indubbiamente bene anche a se stessi.

di Angelo Brasi