Tassare i robot? Una proposta antindustriale

Sotto campagna elettorale le proposte antiprogressiste e contraddittorie non finiscono di stupire. Dopo la flat tax, che dovrebbe ridistribuire la ricchezza mentre accentua le differenze, ora è la volta della tassazione dei robot. La motivazione? Il futuro va accompagnato, altrimenti la globalizzazione diventa anarchia. Sono queste le parole del Leader della Lega: se ci sono tre milioni di posti di lavoro a rischio, l’occupazione va regolamentata e i robot possono essere d’aiuto. In realtà, la proposta di tassare i Robot è stata avanzata già lo scorso anno da Bill Gates. Secondo il fondatore della Microsoft  l’idea è motivata dal fatto che i robot, sostituendo i lavoratori, dovrebbero pagare ugualmente le tasse come quest’ultimi. Per Gates la diffusione dell’intelligenza artificiale produce dei profitti con i risparmi sul costo del lavoro. Vanno quindi tassate sia le aziende che costruiscono robot sia quelle che li installano.

Gates non si rendeva conto che, ai fini dello sviluppo competitivo di una nazione, ciò che deve essere tassato non è lo strumento di lavoro (sia esso le persone o le macchine) bensì i frutti del lavoro stesso. Tassare i robot, infatti, disincentiva gli investimenti e l’innovazione. Va a colpire le aziende più avanzate tecnologicamente, creando un’involuzione di mercato. Se i robot consentono di aumentare la produzione, è qui che occorre incidere al livello fiscale. In tal modo si tassano i sovrapprofitti derivanti dall’automazione senza danneggiare la competitività. Tassare i robot sarebbe una “distruzione creativa” al contrario. Produrrebbe una regressione, favorendo i settori manifatturieri più arretrati e antimoderni. I risultati peggiori, poi, si verificherebbero se fossero solo alcune nazioni a tassare i robot, mentre le altre li incentivano. Nascerebbero allora nazioni di serie A e di serie B, tecnologicamente progredite e arretrate, con tutte le conseguenze sul fronte dei movimenti di capitale e dell’attrattività imprenditoriale.

In riferimento all’ultima proposta di tassare i robot, nella situazione Italiana odierna, occorre fare un’ulteriore considerazione. La politica industriale nel nostro Paese oggi ha fatto dei passi avanti. Questo grazie alla politica governativa che ha incrementato gli investimenti nell’industria 4.0. Per mezzo delle agevolazioni governative concernenti il super e iperammortamento, nonché la Nuova Sabatini, gli investimenti industriali nel 2017 sono cresciuti dell’11%. Una crescita a ritmi cinesi, come afferma il Ministro per lo Sviluppo Economico Carlo Calenda, con impennate in settori come il software (+42%), il cybersecurity (+20%) e la robotica (+15%). Lo sviluppo industriale 4.0 da impulso a un tessuto produttivo, come quello Italiano, che negli ultimi anni ha sofferto per una crisi devastante. L’industria 4.0 è uno dei pochi settori economici che ora cresce. Per questo motivo va sostenuta e incentivata. Tassare i robot, invece, non può che frenare e azzerare i dati positivi riscontrati in questo momento. Si andrebbe ad intaccare la dinamica positiva di quei settori che ora stanno riprendendosi, provocando gravi contraccolpi sul versante competitivo.

Questo non vuol dire negare il pericolo della “disoccupazione tecnologica, come la chiamava John Maynard Keynes.  I dati parlano chiaro. Diversi studi sociologici dimostrano che  la soglia di sostituzione tra uomo e macchina, tra non molto, potrebbe arrivare addirittura – in alcuni casi – al 45%. L’impatto colpirebbe non solo il settore manifatturiero ma anche i servizi, ad ogni livello dell’economia. E’ noto il caso di Caffè X a San Francisco, un bar completamente automatizzato: al posto del barman c’è una macchina che svolge le medesime funzioni. A rischio, nel breve periodo, sono i settori che richiedono lavoro meno qualificato ma con il tempo le macchine progrediscono fino ad eseguire compiti più complessi. Se si vuole evitare che le imprese si trasformino in scatole vuote, dove si producono tante merci con pochi lavoratori, il problema non si risolve con soluzioni  para-luddiste. Serve piuttosto una politica attenta anche ai “settori aggiunti” dell’industria. E’ qui che occorre intervenire: sollecitando le imprese che ottengono sovrapprofitti dall’automazione ad investire nel capitale umano e sociale, dentro e fuori l’impresa. Occorre agevolare i programmi di welfare aziendale, formazione professionale e del management, ristrutturazione adhocratica dei luoghi di lavoro ma anche interventi nella comunità dove è insediata l’impresa, con la costruzione di infrastrutture, immobili e servizi per il benessere della collettività. E’ in questo modo che si “socializzano” i proventi derivanti dal lavoro dei robot, non disincentivandone il loro utilizzo.

di Luigi Gentili