Società e politica per l’impresa 4.0: i nodi di una transizione

Impresa 4.0 vuol dire incentivi fiscali per 13 miliardi di euro, distribuiti in sette anni tra il 2018 e il 2024 per la copertura degli investimenti privati sostenuti nel 2017. Un aumento di spesa privata per un totale di 24 miliardi (+10 miliardi in innovazione nel 2017; +11,3 miliardi nel triennio 2017-2020 per la ricerca e lo sviluppo; +2,6 miliardi dei finanziamenti privati, soprattutto nell’early stage, tra 2017-2020). L’obiettivo è di “muovere” 80-90 MLD di € di investimenti privati, con un rapporto, pubblico privato, 1:3. Impresa 4.0 ha riscosso successo, ma perché non rischi di essere un “fuoco di paglia” ha bisogno di condizioni esterne favorevoli quali la società, l’impresa, la formazione ed i giovani.

LA SOCIETA’ E LA DOMANDA POLITICA
L’astioso impoverimento del linguaggio rivela non solo il rigetto del ceto dirigente, ma anche la richiesta di attenzione da parte di soggetti che si sentono esclusi dalla dialettica socio-politica. E’ questo un fenomeno di sottovalutazione estrema della società italiana attuale. L’Italia non è ancora uscita dal tunnel, ma l’economia ha ripreso a crescere bene, trainata dall’industria manifatturiera, dall’export e dal turismo che hanno messo a segno risultati da record, ma questo non impedisce che in parallelo dilaghi il rancore. Che finisce per condizionare la domanda politica di chi è rimasto indietro, nonostante gli 80 euro, ingrossando le fila di sovranisti e populisti. Il fenomeno non è nuovo, ma ora investe anche il ceto medio, la maggioranza silenziosa.
Per questo c’è bisogno di una “nuova invidia”, che riprenda quella dei Gonzaga, degli Sforza, dei Medici, dei Borgia e dei Visconti, dei Borbone e di tante altre Signorie e Regni italici. Cos’altro era la corsa a realizzare capolavori dell’architettura, dell’arte e della scienza se non una sana competizione, un’invidia positiva che fece uscire l’Italia ed il mondo dalle tenebre del Medio Evo alla luce di un nuovo Rinascimento?  Quell’”invidia”, quella corsa al bello ed al lusso dei “ricconi” dell’epoca ha fatto dell’Italia il più grande contenitore mondiale di archeologia e belle arti, cioè la memoria del tempo. Il più grande patrimonio dell’umanità.
Il progetto, che ci divertiamo a chiamare “invidia 4.0”, dovrebbe riunire le forze sane del Paese e fornire un minimo comune denominatore ad una nazione (la comunità degli uomini e delle donne) ormai allo sbando da tempo. Una nuova Costituente che canalizzi la voglia di fare di tanti imprenditori e di tante persone comuni, in un progetto unitario di rinascita.
La situazione italiana attuale è proprio questa: “se Io non posso (so) fare, neanche lui/lei deve poter fare”; in una situazione di veti incrociati, che non tocca solo la politica, ma tutti gli strati sociali. il Paese è impantanato e da decenni è in “blocco”.
E’ questo, il peccato dagli occhi verdi (di rabbia) che genera rancore.
Il rancore unisce il “generale senza truppe” (alla ricerca di un “presidenza al sole”) al “rottamato” (che ha ingurgitato per anni, lustri, decenni, indennità parlamentari, presidenze in aziende partecipate, fosse anche uno “strapuntino”), che, insieme, urlano all’assassinio della democrazia se vengono accantonati, coinvolgendo la massa sterminata degli “invisibili”.
Del resto è così che il Censis dipinge gli italiani nel suo “Rapporto 2017”. Non tutti certamente, ma una bella fetta. Sono tutti arrabbiati, offesi, mortificati, incapaci di esprimere apertamente la propria rabbia ma anche di dimenticare e di perdonare, in una parola rancorosi.

LE IMPRESE
Il tema della quantità e della qualità degli investimenti nel Paese continua a essere un nodo. Nel nostro Paese c’è un alto tasso di imprenditorialità (32.7%), il triplo della media UE,  ma un capitalismo fragile ( investimenti: – 5 punti di PIL 2009-2014). I casi di Alitalia (con i capitani coraggiosi) e della vendita di Italo (il Davide privato che viene affondato dal Golia pubblico), ne sono un esempio plastico.
Non a caso sulle politiche di venture capital continuiamo a segnare il passo rispetto agli altri competitor stranieri.
Investire sulle “reti di impresa” o su altre forme di associazionismo vuol dire fare una scommessa, a medio termine, sulla riduzione della polverizzazione dell’impresa italiana (media 4 dipendenti), per allargare almeno la platea delle medie imprese: soltanto 23.736* al 2014 (Cerved). Imprese fondamentali per il nostro export (fatturato +10 <50 mln €; dipendenti +50 < 250 ).
*Su un totale di 4 mln di aziende x 16 mln di lavoratori,rappresentano lo 0.69%.

BUROCRAZIA: LA RIPRESA NON BASTA
In questi anni non si è ancora distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e per questo il blocco della mobilità sociale finisce per creare rancore, nonostante gli 80 euro. È un sentimento che nasce da una condizione strutturale di blocco della mobilità sociale, che nella crisi ha coinvolto pesantemente anche il ceto medio, oltre ai gruppi collocati nella parte più bassa della piramide sociale che non hanno ancora ricevuto nulla; mentre i colletti bianchi ed i funzionari infedeli, che hanno rubato a man bassa risorse pubbliche o private, godono di una sostanziale impunità (vedi il caso banche popolari).
Se Paesi omologhi al nostro (Francia, Germania) sono governati con meno di 10.000 leggi, perché noi ne abbiamo bisogno di più di 100.000? La differenza quantitativa serve ai burocrati a tenere in piedi un sistema di potere ed alimenta la corruzione. Il cittadino viene visto come un suddito che ha bisogno di un “mentore”, spesso a pagamento.
Sono di questi giorni le lamentele del Ministro Padoan (il Ministro dell’Economia) sul fatto che la burocrazia (che formalmente dipende da lui) avrebbe bloccato investimenti pubblici pari a 2 punti di PIL (30 mld €).
E’ così che siamo diventati la Repubblica dei ricorsi al TAR, al Consiglio di Stato, alla Corte Costituzionale, ecc., ecc. …?

SCUOLA E FORMAZIONE: CETO MEDIO IGNORANTE
Secondo l’ISTAT gli italiani appartenenti a tutti i ceti sociali pensano che sia facile scivolare in basso nella scala sociale. La paura del declassamento è insomma il nuovo fantasma sociale. Ed è una componente costitutiva della psicologia dei “millennials”: l’87,3% di loro pensa che sia molto difficile l’ascesa sociale e il 69,3% che al contrario sia molto facile il capitombolo in basso. Non si è favorita la ricerca universitaria, né tutelata la scuola ed i titoli di studio che ne discendono, bloccando, di fatto lo studio come “ascensore sociale” a favore dei “talent” in TV.
Nella mappa dei desideri dei giovani i social network si posizionano al primo posto (32,7%) del nuovo immaginario, poi resiste il mito del «posto fisso» (29,9%), però seguito a breve dallo smartphone (26,9%), dalla cura del corpo, prima della casa di proprietà (17,9%). Il buon titolo di studio, come strumento per accedere ai processi di ascesa sociale, si attesta al 14,9%, convincendo soltanto un giovane italiano su 7.
Con la sua “licealizzazione” l’Università italiana è diventata, al pari della scuola, uno stipendificio improduttivo.
La mancanza di un incentivo allo studio fa sì che gli italiani siano fra i meno istruiti fra gli europei. La percentuale di laureati è sempre molto bassa rispetto al numero di iscritti. Girando per gli altri Paesi Europei ti accorgi che i lavori “basici” sono “appannaggio” degli extracomunitari (lo spazzino, il postino, il poliziotto, l’autista dell’autobus) mentre da noi sono, in maggioranza, italiani DOC che, privi di un titolo di studio adeguato ai tempi, sono alla ricerca del “posto”. Ed in 30.000 concorrono per un “posto” di bidello.…
Industria 4.0 rischia di essere uno spauracchio per questo tipo di lavoratori che si sentono emarginati da macchine che costruiscono e gestiscono macchine. Da qui la proposta populista di “tassare i robot”. La risposta, al contrario, deve essere quella di spostare il focus sulla formazione: un elemento cardine di qualificazione perché i lavoratori non si sentano spiazzati.
Calenda afferma: “Introdurremo credito d’imposta sulla formazione. Abbiamo tutti gli elementi per rendere la transizione a saldo positivo”. Nella realtà l’ISTAT ci informa che siamo gli ultimi in formazione: 8,3% contro 10,8% (media UE) e in basso nella classifica dei lavoratori con competenze digitali.
Forse bisognerebbe agire tempestivamente con un Decreto Legge, aggiungo io.
La visione di Calenda e Padoan è quella di rafforzare gli ITIS, gli Istituti Tecnici Industriali Statali. Ricordo, però, che tutti i Ministri, di qualsiasi tendenza politica che, negli ultimi 50 anni, si sono cimentati nella “Riforma della scuola” sono miseramente caduti. Meglio sarebbe investire in un “corso nazionale triennale” in tecnologie 4.0, con un percorso standard certificato, che riduca le differenze fra chi frequenta a Cosenza e chi frequenta a Cuneo. E soprattutto che rilancile motivazioni del perché fu istituita la “laurea breve”(adeguamento al mondo del lavoro), mettendoci al passo con gli altri Paesi europei.

COME NASCE IL TERMINE INDUSTRIA 4.0
L’espressione Industrie 4.0 è stata usata per la prima volta nel 2011 alla Fiera di Hannover in Germania, sottintendendo la 4^ rivoluzione industriale, come parte del più ampio High-Tech Strategy 2020 Action Plan. Per definire le linea guida e le iniziative di questa strategia, a gennaio 2012 è stato istituito l’Industrie 4.0 Working Group che, sotto la presidenza di Siegfried Dais (della Robert Bosch GmbH) e del Prof. Henning Kagermann (della Accademia Tedesca di Scienze e Ingegneria), ha presentato le sue raccomandazioni sull’argomento con una relazione al governo tedesco.

COME NASCE LA QUARTA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE
Fino ad ora le rivoluzioni industriali del mondo occidentale sono state tre:
1784 – nascita della macchina a vapore e di conseguenza lo sfruttamento della potenza di acqua e vapore per meccanizzare la produzione;
1870 – introduzione dell’elettricità, dei prodotti chimici e del petrolio e dunque la produzione di massa e la nascita delle catene di montaggio;
1970 – nascita dell’informatica, dalla quale è scaturita l’era digitale, destinata ad incrementare i livelli di automazione avvalendosi di sistemi elettronici e dell’IT (Information Technology).
Quasi cento anni separano, dall’altra, ognuna delle 3 transizioni. Meno di 50 anni separano la 4^ rivoluzione dalla precedente, anche se la data d’inizio della quarta rivoluzione industriale non è ancora stabilita. Industria 4.0 prevede l’utilizzo di macchine intelligenti, interconnesse e collegate a internet. Nel dettaglio prevede la connessione tra sistemi fisici e digitali, analisi complesse attraverso big data e adattamenti real-time.

di Armando Panvini