Roma Local City. Quando si è fuori dalla logica dello sviluppo

Continua la fuga delle grandi aziende da Roma. Ora è la volta di Unicredit, il colosso del credito italiano che si accoda alle altre realtà industriali che da quest’anno hanno abbandonato la Capitale. Basti pensare ai casi di  Esso, di Consodata o di Total Erg. Una situazione insostenibile, dunque, specialmente per una città che dovrebbe invece attirare le imprese piuttosto che perderle. La sociologa Saskia Sassen ci insegna che oggi sono le Global City ad avere successo. Si tratta delle città capaci di attrarre imprese e capitali esteri. Roma invece si configura come una Local City, intendendo con questo termine una città autocentrata, tagliata fuori dai circuiti internazionali dello sviluppo.

Quello della Capitale è’ un trend in controtendenza rispetto ad altre città europee come Londra, Parigi o Stoccolma. Lo si nota anche su un altro fronte, quello del declino degli investimenti pubblici. Basti pensare al bilancio previsionale 2018-2020 del Comune. Anche qui ci si trova in piena penuria, con una riduzione degli investimenti di diversi milioni. Solo nel 2018 la spesa in conto capitale diminuisce del 27,8%. In compenso, però, aumenta la spesa corrente dell’8% annuo. Questo è il vero dilemma della Capitale: tante spese e pochi investimenti. Una situazione da Terzo Mondo, aggravata dai bilanci delle partecipate che sembrano un colabrodo.

Spendere senza investire aggrava la situazione economica. Dal 2008 al 2016 il PIL pro capite in città è crollato del 15% (contro la media nazionale del 9%). La qualità della vita, nella classifica annuale del Sole24Ore, è sceso al 24esimo posto, perdendo 11 posizioni. A ciò si aggiunge la sotto qualità delle merci prodotte dalle imprese, l’espansione dell’abusivismo commerciale, la super-disoccupazione giovanile e il declassamento in tutte le maggiori graduatorie internazionali sulla competitività. Cos’altro chiedere di più?

E’ chiaro che qualsiasi politica di sviluppo deve basarsi sull’incentivazione agli  investimenti, aggredendo però la spesa improduttiva. Da questo punto di vista, è il pensiero progressista di Luigi Einaudi a fare lezione. Come utile è il monito di Antonio Gramsci quando critica la logica del “prelevamento” fine a se stesso. L’unica politica economica virtuosa, sino ad ora, è stata quella della Regione Lazio. Il governatore, dopo aver risanato la sanità, riportandola in pareggio, e dopo aver ristrutturato le partecipate, razionalizzandone l’assetto, ora punta sul rafforzamento dell’innovazione 4.0 e sull’internazionalizzazione delle imprese. Due pilastri, questi, alla base dei modelli di sviluppo urbano oggi in auge. Purtroppo il neopopulismo economico, di destra e di sinistra, propugna l’inverso: più investimenti e maggiore spesa indiscriminata, soffocando così in potenza ciò che si intende promuovere.

di Luigi Gentili