Zone Economiche Speciali, quando è l’industria a fare sistema

Si chiamano ZES, Zone Economiche Speciali, dove le Università dialogano con le start up e i tecnoparchi. Al livello globale ce ne sono quasi 4.000 (fonte: Banca Mondiale) ma se ne parla poco, come se prospettare nuovi modelli di sviluppo sia una pratica deleteria (magari ritenuta neo-liberista). Il risultato? Mentre nella stragrande maggioranza delle città italiane l’industria collassa – Roma in primis -, ci sono dei luoghi in cui si crea ricchezza e occupazione. Dei luoghi, ricordiamolo, dove le opportunità per le imprese aumentano, creando le condizioni per attrarre investimenti pubblici e privati, per mettere in rete le aziende e per internazionalizzare le conoscenze e le risorse economiche.

Le Zone Speciali sono aree circoscritte dove la legislazione economica è diversa rispetto al Paese di appartenenza. Si collocano generalmente in aree interconnesse, attraverso i loro sistemi portuali e aeroportuali. I benefici per le imprese sono diversi: facilitazioni fiscali, iter autorizzativi veloci, partenariato economico. Ogni Zona Speciale presenta una combinazione di queste tre forme di aiuti. Al livello storico, la prima Zona Economica Speciale viene realizzata nel 1959 presso l’aeroporto di Limerik, favorendo l’arrivo in Irlanda di numerose imprese straniere e investimenti esteri. Da allora il modello di sviluppo è stato replicato oltre 2.700 volte in varie parti del mondo. Le più conosciute sono in Cina (Shanghai), Emirati Arabi (Dubai), Marocco (Tangeri).

Oggi, al livello mondiale, il 43% delle Zone Speciali sono situate in Asia e il 20% in Europa. Una delle classifiche più note viene stilata annualmente da FDI Intelligence (gruppo Financial Time). In  Europa è la Polonia ad avere il primato per la nascita di nuove aree dotate di incentivi e di agevolazioni ad hoc. In questo Paese ci sono due Zone Speciali che possono essere prese come casi studio: Lods, che offre uno speciale supporto finanziario per le Pmi e Katowice, con un acceleratore d’impresa specifico per le piccole realtà produttive. Alte Zone Speciali di successo si trovano in Spagna, dove la zona franca di Vigo si caratterizza per il sostegno mirato alla R&D o in Croazia, in cui la zona industriale di Pleternica favorisce l’insediamento strategico delle start up. Fuori dall’Europa sono noti i casi di Tubitak Technopark di Marmara, in Turchia, per le agevolazioni tariffarie o dell’Innovation Technology Park vicino ad Almaty, in Kazahkstan, noto per i programmi di innovazione tecnologica per le Pmi.

In Italia esistono le Zone Economiche Speciali? Potenzialmente sì. Esiste il decreto legge 20 giugno 2017 n. 91: “Disposizioni urgenti per la crescita economica nel Mezzogiorno”, convertito in legge il 1° agosto 2017. Questa legge, in attesa dei decreti attuativi, consentirebbe anche all’Italia di avere Zone Economiche Speciali. La finalità è quella di rilanciare l’economia del Mezzogiorno, dove sono presenti le aree “meno sviluppate” (con PIL pro capite inferiore al 75% della media europea). Dovrebbe quindi riguardare le regioni della Campania, della Basilicata, della Puglia, della Calabria e della Sicilia. Molti i siti in lizza, come Gioia Tauro o e il polo logistico campano. Peccato che una città come Roma Capitale non rientra in questo provvedimento legislativo: sarebbe stato indubbiamente un aiuto per una metropoli declinante, incapace di sostenere lo sviluppo dei sistemi territoriali.

di Luigi Gentili

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