Oltre le disuguaglianze

Gli alti livelli di disparità che si registrano oggi, molto probabilmente, affondano le loro radici nella “Grande divergenza”, un processo che prende avvio dalla Rivoluzione Industriale. Quest’ultima, associata all’ascesa della borghesia, apre la strada allo sviluppo e alla crescita economica, ma lascia spazio anche a un fenomeno negativo: l’aumento delle disuguaglianze.
A partire dalla rivoluzione francese con la nascita della nuova classe sociale, la borghesia, ci fu una forte accelerazione della crescita economica che ebbe, però, delle conseguenze: mentre aumentava la redditività degli industriali, i salari operai subivano una crisi. La ricchezza derivante dalla forte crescita non si distribuì in modo equo.
Una rigorosa analisi delle motivazioni per cui si è arrivati ai livelli attuali è resa difficile da pregiudizi ideologici, oltre che da interessi personali. Poiché la ridistribuzione dei redditi, nel breve termine, è un gioco a somma zero, in cui i guadagni dei redditi minori equivalgono alle perdite di quelli maggiori, risulta davvero difficile credere che si possa raggiungere un consenso sociale che risolva questo triste dibattito sulla disuguaglianza.
In linea con le teorie di Karl Marx e David Ricardo, il capitalismo protendeva inevitabilmente verso l’aumento delle disuguaglianze e quindi al collasso del sistema: la lotta per l’uguaglianza associata ad uno stato di povertà estrema è spesso sfociata in conflitti violenti.
Per comprendere l’entità e la gravità della situazione attuale possiamo ricorrere ad un indicatore economico, il Pil, che fornisce informazioni tendenziali sul livello di reddito di ogni Paese. Il 20% della popolazione più ricca possiede l’86% del reddito mondiale, mentre il 20% più povero l’1,3%.
Ma la disuguaglianza continuerà ad aumentare? Secondo Thomas Piketty e i suoi collaboratori la forza che spinge la crescita delle disuguaglianze è il livello di capitalizzazione di un’economia, cioè il peso del capitale, o patrimonio, sul Pil di un Paese. Inoltre il margine di utile di un’economia in condizioni normali è sempre maggiore rispetto al tasso di crescita. Secondo l’economista se non si verificherà nessun cambiamento drastico nelle imposte sul capitale a livello mondiale la disuguaglianza continuerà ad aumentare.
La ricerca di soluzioni per ridurre la disparità mondiale è una delle preoccupazioni maggiori per gli economisti e viene perseguita attraverso strategie teoriche. È chiaro che le difficoltà riscontrate in questo percorso sono molteplici e dovute al fatto che  l’economia è una scienza sociale, ovvero una scienza che basa i suoi dati sulla società, un corpo complesso formato da milioni di persone diverse e da mille variabili incontrollabili. La prima soluzione contro la disuguaglianza potrebbe essere quella di tornare al mondo anteriore alla crisi degli anni Settanta. Questa regressione implicherebbe, ovviamente, la rinuncia alla globalizzazione e l’introduzione di controlli sul capitale. Tutto questo potrebbe portare ad obbligare le grandi aziende a versare imposte sulle proprie società, ad aumentare le tasse sul capitale, a diminuire il trattamento fiscale sul lavoro e ad evitare fughe estere di capitale poiché sarebbe sottoposto a controlli. Questa opzione sarebbe percorribile, se i costi non fossero così elevati; la globalizzazione ha i suoi vantaggi.
La seconda alternativa potrebbe implicare la sostituzione della sovranità nazionale con organismi di governance internazionale e comune. In realtà, già esistono diverse organizzazioni intenzionali; basta pensare all’Unione Europea o al Fondo Monetario Internazionale o, ancora, alla Banca Mondiale, ma nessuna di queste iniziative si occupa, però, di vigilare sull’evoluzione delle disuguaglianze. Piketty, per correggere questa tendenza, propose l’introduzione di una tassa sul capitale a livello mondiale e il divieto, per chi possiede attività europee, di rifugiarsi nei paradisi fiscali, ovvero quei territori che non forniscono informazioni alle autorità estere e nei quali si gode di enormi agevolazioni fiscali. Purtroppo, a causa della difficoltà riscontrata per delineare nuovi organismi, lo stesso Piketty definì questa ipotesi un’utopia.
Una terza e ultima alternativa consiste in un radicale cambiamento sociale di mentalità. Dovrebbe essere interesse comune riorganizzare la società con maggiore equità e il cambiamento da attuare si trova proprio nella nostra testa.

di Giulia Toccaceli

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