La democrazia greca: start up della polis

Oggi si parla molto di democrazia. In un’epoca di transizione torna all’attenzione collettiva l’importanza del governo ottimale e della rappresentatività. La città-stato greca è alle radici del coinvolgimento politico. Questo sebbene fin dalla sua nascita la polis greca è divisa tra due modelli interpretativi differenti, quello più partecipato di Atene e quello più autoritario di Sparta e Tebe. Questi due modelli costituiranno il filo rosso che caratterizza le interpretazioni che i filosofi classici danno alla struttura del potere.

Le origini sono note: Erodoto è ritenuto il padre della scienza politica. Nel terzo libro delle sue “Storie”, lascia descrivere le tre forme di costituzione vigenti ad un gruppo di sette congiurati persiani: queste sono indicate dal governo di uno (monarchia), di pochi (oligarchia ) e di molti (democrazia). Dalle loro argomentazioni emerge che il modello migliore è quello di uno (il re). Questo per un motivo semplice. Secondo lo storico greco, l’ordine autoritario è l’unico capace di arginare la corruzione e la guerra civile.
Il logos tripolitikos di Erodoto sarà alla base del pensiero politico per molti secoli, fino ai giorni nostri. Il dilemma tra l’uno, i pochi e i molti ha costituito il fulcro su cui impostare la scelta ottimale fra diverse forme di costituzione. Esso ha condizionato Weber con la sua idea del capo carismatico, Mosca e Pareto quando parlano di élite e Duverger, secondo il quale la democrazia si ha quando il popolo è può scegliere tra diversi gruppi al comando in concorrenza.

All’epoca, la democrazia vera e propria è ritenuta una forma di governo negativa. Senofonte, nella “Costituzione degli Ateniesi”, è sedotto dal “Vecchio oligarca”, e con esso dal governo dei saggi e dei migliori. Per Senofonte il popolo non è in grado di governare la polis. I miserabili, i poveri e i popolani sono mossi dall’indisciplina e dalla perversità. Questo perché non hanno denaro, quindi in mancanza di educazione sono ignoranti e immorali. L’idea del “Vecchio patriarca” viene ripresa poi da Platone con la sua visione gerarchica della società. I lavoratori, alla base della piramide sociale, dovranno mantenere i guerrieri e i filosofi, al vertice, in una città dove vige l’armonia.

Aristotele distingue tra il governo costituzionale, che mira al bene comune e quello dispotico, dove prevale l’interesse della classe dirigente. Questa distinzione si intreccia con la tripartizione tradizionale del potere, generando tre stati legittimi – monarchia, aristocrazia e democrazia moderata – e tre stati dispotici – tirannide, oligarchia e democrazia estremistica (o demagogia). Per il filosofo greco la costituzione migliore è quella dello “stato misto”, capace di combinare gli elementi migliori del governo dell’uno, dei pochi e dei molti. Aristotele è convinto che la monarchia sarebbe la forma di governo migliore se si trovasse un re saggio. Questo però rimane un ideale accademico. Il governo migliore combina i tratti elitari e democratici: da qui, contemporaneamente, la compresenza e la separazione tra l’organo deliberativo, i funzionari amministrativi e il potere giudiziario. Alla base, per Aristotele, si trova la classe media, composta da quanti non sono né troppo ricchi né troppo poveri. Avviene in questo modo l’equilibrio tra due fattori: qualità e quantità. Emerge così una forma di governo in cui la base sociale è abbastanza disinteressata per ricoprire cariche elevate e, contemporaneamente, selezionata per evitare i danni di un governo fondato sulle masse.

I commentatori posteriori evidenzieranno ancora il problema del ruolo delle aggregazioni politiche e del mandato di rappresentanza. Come pure richiameranno all’attenzione il funzionamento dei modi di elezione – in quel tempo a sorteggio – e della durata delle cariche politiche – temporanee e a rotazione -. E’ su tali questioni che si fonderà in seguito la nascita del partito politico. La contrapposizione delle “due città” viene ripresa nel XIX secolo dal politico inglese Disreali, quando si sviluppano i partiti moderni. Da qui la divisione tra destra e sinistra, tra conservatori e progressisti. Da qui la differenza tra i sistemi maggioritari e sistemi proporzionali, alla base del travaglio politico odierno.

di Alfred Taylor

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