Un “piano industriale” per Roma. Quali priorità di investimento?

Finalmente le acque si muovono. Il tavolo sul rilancio economico di Roma voluto dal ministro Calenda porta in primo piano la necessità di elaborare un piano industriale per la città. Dopo anni di indifferenza e di approssimazione, si torna a parlare di investimenti e di sviluppo, due termini che sembravano usciti dal vocabolario dei romani. La necessità di aprire un tavolo interistituzionale girava nell’aria già da diversi mesi. Lo start up iniziale è partito da Economy Dem, il circolo tematico di economia del PD Roma. Il primo tavolo di confronto con le associazioni d’impresa e i sindacati è stato infatti organizzato da Economy Dem al Nazareno il 15 febbraio 2017.  Sono seguite altre riunioni, la formulazione di un questionario e l’elaborazione di un documento di sintesi. Ciò ha sicuramente influito sul dibattito che è seguito dopo. Da allora, sui giornali, appariva la richiesta da parte di più soggetti istituzionali di aprire tavoli specifici sulla situazione economica di Roma.

Indubbiamente dialogare fa bene. Le istituzioni, le imprese e i sindacati dovrebbero farlo più spesso. Specialmente in una città come Roma che perde colpi ogni giorno. Basta fare un confronto con Milano per capirlo. Il PIL del capoluogo lombardo è cresciuto negli ultimi anni dell’1%, mentre quello di Roma si diminuito del 6%. Il valore aggiunto, ovvero la ricchezza prodotta, a Roma si è ridimensionata del 5% rispetto a Milano, dove l’incremento è stato dell’1,5%. A Roma l’economia decresce lentamente, e il trend negativo coinvolge simultaneamente il commercio, l’industria, l’edilizia e il settore agroalimentare. Le grandi aziende vedono diminuire i loro ricavi, le PMI perdono il livello di qualità, le famiglie si impoveriscono e le periferie avanzano. Perché tutto questo?

Indubbiamente a Roma è mancata una visione. E’ mancata la capacità di programmare una linea d’azione avanzata sul piano economico. Si gestisce l’economia per intuito, seguendo le emergenze del momento, senza scegliere le priorità strategiche di investimento. E’ l’inverso di quanto avviene in molte città dell’Europa del nord o in alcuni Paesi asiatici. Dopo molti anni di lassismo programmatico, i risultati sono sotto gli occhi di tutti: perdita di spirito imprenditoriale, incapacità di fare rete, de-professionalizzazione del management e burocratizzazione diffusa. Tutto ciò ha condotto all’incapacità di “fare sistema”, il primo pilastro su cui si gioca la competitività al livello globale. Ne viene fuori un tessuto economico farraginoso e pieno di fori. Investire in queste condizioni è sempre più difficile: le risorse si perdono nel vuoto. Roma è diventata un “colabrodo industriale”.

E’ per questa ragione che parlare di piano industriale, oggi, assume un carattere particolare. Sopratutto in una città come Roma. Qualsiasi investimento ad elevata intensità di capitale, per innescare un processo di sviluppo, deve seguire una logica di sistema, altrimenti nel medio e lungo termine diventa inefficiente. Occorre evitare i finanziamenti a pioggia. Bisogna altresì andare oltre la semplice proposta di investire in macro settori generici fine a se stessi. Quest’ultimo punto è importante. Scegliere un settore di intervento è fondamentale ma non basta. Gli investimenti, per produrre sviluppo, devono essere circostanziati. In una città come Roma gli investimenti devono andare nei settori produttivi ritenuti strategici, legati ad insediamenti produttivi specifici, sia al livello territoriale che al livello di filiera. La priorità di un piano industriale risiede nelle economie di agglomerazione, contestualizzate in un tessuto urbano specifico. A Roma occorre rimettere in moto i poli industriali nelle periferie. Oggi sono già in fase di implementazione diversi piani industriali territoriali: pensiamo a Cinecittà, al Convention Bureau, al Polo Tecnologico Tiburtino e via dicendo. Perché non mettere in rete questi progetti? Un piano industriale per Roma deve prevedere anche questo.

di Luigi Genti

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