Un “piano” per l’economia di Roma. Intervista a Michelangelo Melchionno

L’economia di Roma è ormai  allo stremo. Tutti gli indicatori di performance confermano che la capitale sta regredendo. Le misure da adottare, per invertire la rotta, sembrano difficili da trovare e il pessimismo dilaga. Chiediamo a Michelangelo Melchionno, Presidente della Cna di Roma, di illustrarci il suo punto di vista sulla situazione economica di Roma. 

Presidente, come giudica il trend dell’economia romana?

Diciamo che la lettura di ciò che è successo a Roma è ormai ampiamente condivisa. La crisi a Roma ha avuto un andamento atipico rispetto al resto del Paese. Dal 2000 al 2007 Roma è cresciuta a ritmi superiori alla media nazionale, intorno all’1% annuo. Nello stesso periodo il valore aggiunto è cresciuto del 15% rispetto alla media nazionale dell’8,5%. Dal 2008 in poi è arrivata la crisi che ha fatto leva sulle difficoltà strutturali della nostra città, sul nostro ritardo in materia di riforme e sulla fragilità del sistema finanziario. Roma in un primo momento aveva mostrato una capacità di reazione superiore al resto del Paese. A partire dal 2011 però la crisi ha iniziato a colpire proprio  ciò che aveva garantito la nostra tenuta: la domanda interna e la spesa pubblica.
Al 31 dicembre 2016 le imprese registrate presso la Camera di Commercio di Roma erano pari a 486.284 unità, l’8% del totale nazionale. Tra il 2007 e il 2015 si rileva un paradosso: la ricchezza prodotta a Roma è diminuita del 10%, ma le imprese sono aumentate di 65.000 unità e gli occupati di 190.000 unità. Meno ricchezza dunque da dividere tra più soggetti. Le imprese comunque a Roma continuano a nascere, contrariamente ad altri territori dove il problema è il calo delle iscrizioni al Registro delle Imprese. Non saranno aziende particolarmente innovative, non saranno di dimensione rilevante, ma sono comunque una ricchezza di cui essere consapevoli e da cui si può ripartire.
Oltre a questo dato altri segnali positivi stanno arrivando, a dimostrazione che non tutto a Roma è irrimediabilmente in declino o che tale processo sia irreversibile. Ci sono alcuni dati positivi ed è da questi che bisogna ripartire. Ad esempio nell’export la città cresce più del resto del Paese (+2% rispetto al +0,68%), e la CIG registra un -66% a livello regionale contro un -44% nazionale.

Finalmente, dopo tanti anni di miopia e di noncuranza, a Roma si inizia a parlare di piano industriale. Cosa ne pensa del “Tavolo per Roma” avviato dal Ministro Calenda?

Ho partecipato lo scorso 17 ottobre alla prima riunione del “Tavolo per Roma” con un approccio molto positivo e con tante aspettative. Nei giorni precedenti all’incontro abbiamo preso parte alle riunioni tecniche preparatorie ed abbiamo contribuito alla stesura della prima bozza di Piano con proposte concrete su assi che riteniamo strategici per il rilancio di Roma. Il giudizio che diamo dell’incontro è sostanzialmente positivo, condividiamo l’approccio pratico della discussione. Ci sono ancora alcune cose da limare, ma lo spirito di collaborazione è quello giusto. Non dimentichiamo che già l’aver messo intorno ad un tavolo tutti gli attori istituzionali, le rappresentanze imprenditoriali e i sindacati per ragionare sul futuro di Roma è un notevole passo avanti.

Non crede che le tante proposte presentate al “Tavolo per Roma”, da imprese, sindacati e Comune possano dar luogo a provvedimenti slegati, senza un senso strategico comune?

La sfida comune è proprio quella di ricondurre tutte le proposte e le istanze intorno ad un numero limitato di assi strategici che possano guidare la ripresa della città. Quello che abbiamo sempre sostenuto è che è mancato sino ad oggi una visione chiara e condivisa di cosa debba essere la nostra città tra dieci anni. Spesso abbiamo letto sui giornali o ascoltato nei dibattiti pubblici paragoni inopportuni con la città di Milano. La questione fondamentale non è inseguire Milano su un modello di sviluppo che non possiamo condividere, partendo da una struttura economica e produttiva sostanzialmente diversa. Il punto focale è accettare Roma per come è fatta e saperne accompagnare i processi di sviluppo. Spero molto che il “Tavolo per Roma” possa cogliere questa sfida.

Perché, negli ultimi anni, a Roma non si è intrapresa una seria politica di sviluppo?

Non c’è un motivo unico ma piuttosto un concorso di colpe. Da un lato c’è la crisi e dall’altro l’incapacità di non aver saputo cogliere alcune occasioni di sviluppo che si sono presentate (penso all’Expo di Milano e agli effetti positivi che ha avuto sulla città e sulle imprese); esiste poi  la sostanziale solitudine che caratterizza più che in altre aree l’imprenditore romano, nonché l’incapacità dei vari attori di giocare una partita insieme, con convinzione.

Crede che Roma possa invertire la spirale di decrescita in atto?

Assolutamente si. Non potrei non essere ottimista: il fatto stesso di fare impresa, ogni giorno, con tutte le difficoltà che ci circondano rende noi imprenditori fondamentalmente ed intimamente fiduciosi verso il futuro. D’altro canto basta guardarsi intorno, ascoltare le storie di chi fa impresa, guardare le eccellenze che resistono e proliferano in questo territorio per convincersi che abbiamo tutti i numeri che servono.

Quali sono, secondo lei, i settori economici prioritari su cui  intervenire?

Come ho detto prima è inutile inseguire un modello manifatturiero che non è il nostro. Dobbiamo fare i conti con ciò che siamo. Innanzitutto sono importanti la cultura e il turismo: settori, questi, che se ben valorizzati possono produrre effetti a cascata su tutta la città. Poi esiste un enorme mercato fatto di cittadini che comprano e consumano e tutto ciò che c’è intorno, dalla produzione agli impianti passando per l’edilizia fino all’agroalimentare e al commercio. Non dimentichiamo poi la vera industria romana, il cinema, e tutta la filiera ad esso collegata, dagli artigiani storici alle imprese tecniche fino all’audiovisivo. Quest’ultimo insegue le frontiere più avanzate dell’innovazione. C’è infine l’artigianato storico, che è alla ricerca di spazi e di nuove forme di promozione e tutela.

Ecco appunto, l’artigianato, a Roma in che condizione si trova? E’ possibile adottare una politica specifica per il Made in Rome?

Uno dei temi che abbiamo posto al “Tavolo per Roma” è stato proprio quello della “Casa dell’Artigianato”, un progetto di cui nella città si parla da almeno un decennio. L’artigianato della città, specialmente quello artistico e tradizionale, ha bisogno di un luogo che sia il centro catalizzatore di reti di esperienze, per stimolare  la sinergia e la progettualità. La bottega è ancora il fulcro attorno al quale ruota da sempre la vita dell’artigiano, che va dunque tutelata e valorizzata prima di tutto a livello insediativo, garantendo spazi adeguati.
La promozione è altresì un tema fondamentale: va creato innanzitutto un collegamento forte con la filiera turistica. La nostra produzione artigianale di eccellenza è un valore da promuovere a livello internazionale. Non dimentichiamo che a Roma essa costituisce un marchio forte che andrebbe valorizzato ed utilizzato in modo adeguato.

di Luigi Gentili

 

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