L’imprenditore, oggi

L’attività di imprenditore è importantissima. L’imprenditore, infatti, è il motore dell’economia. Senza lo spirito di intrapresa qualsiasi sistema economico sarebbe statico, ingessato. E’ l’imprenditore che spinge verso il progresso economico, organizzando persone e cose, dando un senso all’avvenire, indicando una strada da seguire. Molto spesso si confonde l’imprenditore con il capitalista, come facevano molti estremisti di sinistra nel passato. Questo è un grave handicap, perchè confondere le due figure, differenti ma complementari – a certe condizioni -, arreca danni non indifferenti al sistema produttivo. Dato che il capitalista è ritenuto uno sfruttatore della forza lavoro, automaticamente anche l’imrenditore è ritenuto tale. Va quindi messo da parte, sottovalutato, attribuendo le sue prerogative ad altri. E’ per questo motivo che in molti Paesi lo Stato prende il posto dell’imprenditore. Si parla allora di statalismo.

Lo statalismo è uno dei maggiori ostacoli all’imprenditorialità. Lo Stato deve convivere con gli imprenditori, non sostituirsi ad essi. Quando gli imprenditori vengono emarginati, ecco allora che il sistema competitivo decade, e l’economia entra in stagnazione. Al livello mondiale, oggi come nel passato, tutte le economie più arretrate si caratterizzano per la carenza di spirito d’impresa.

Oltre lo statalismo, quali sono i maggiori nemici dell’imprenditore? Senza dubbio la burocrazia. Questa infatti costituisce l’antitesi dell’imprenditorialità. Più forte è la burocrazia, minore è l’imprenditorialità. La burocrazia è disciplina, ripetitività, atrofizzazione e lentezza. L’imprenditorialità è libertà, creazione, dinamismo e velocità. Da qui, una conseguenza ineluttabile: i burocrati cercano si frenare gli imprenditori attraverso la tassazione e le regole eccessive, i burocrati si lamentano della burocrazia per l’indifferenza e la complicazione di tutto.

Altro ostacolo all’imprenditorialità è la mancanza di aspettative positive. Quando gli imprenditori si convincono che il futuro non è roseo cessano di investire. Questo può avvenire quando essi percepiscono che il clima sociale è conflittuale, quando si accorgono che la politica non funziona o quando i consumi sono ritenuti insufficenti. E’ questa la ragione per cui, nei momenti di crisi, molti imprenditori entrano in catalessi. Si innesca così un circolo vizioso: diminuiscono gli investimenti, e con essi l’occupazione. Le imprese chiudono o licenziano il personale, e l’economia va in recessione.

Dovremmo chiederci, oggi, in una Pase caratterizzato da stagnazione secolare, quale potrebbe essere lo spirito imprenditoriale e quale politica economica sarebbe utile per sostenere l’economia. La risposta è inequivocabile. Lo spirito imprenditoriale oggi è mortificato, e rischia di ridursi drasticamente. La classe borghese, imprenditoriale, sta svanendo, e questo lo dimostrano molti sociologi ed economisti. I motivi sono quelli sopra indicati, che oggi però si intrecciano e si rafforzano a vicenda, con l’aggravarsi dovuto ad una globlalizzazione che produce instabilità e disordine.

La politica economica dovrebbe allora rafforzare gli interventi a favore degli imrenditori. In che modo? Detassando gli investimenti produttivi, ad esempio, o dando incentivi agli imprenditori virtuosi che creano ricchezza e occupazione. Il sostegno all’industria 4.0 va in questa direzione, ma va allargata la prospettiva di intervento. Va sostenuta la tecnologia, senza dubbio, ma va incentivata anche la dimensione software dell’impresa. Maggiore supporto va dato al patrimonio umano, alle nuove professionalità umanistiche che supportano l’imprenditore per creare innovazione. Occorre un’innovazione imprenditoriale, fatta di macchine d’avanguardia e di persone competenti. Solo in questo modo si può creare una nuova competitività, conforme ai tempi che cambiano.

di Alfred Taylor

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