La comunicazione ai tempi dei new media

Lo sciopero di tutte le agenzie di stampa italiana durante la giornata celebrativa del 60 esimo anniversario della firma dei “Trattati di Roma” ha messo in evidenza, ancora una volta, quanto l’era digitale stia cambiando il mondo della comunicazione. Il vuoto della informazione professionistica scioperante è stato sostituito dai singoli cittadini che hanno ripreso, fotografato e pubblicato in rete (in tempo reale) i fatti salienti della giornata del 25 marzo scorso: una forma di comunicazione chiamata citizen journalism.
Questo episodio ci dà il la per affrontare un tema delicato qual è il rapporto conflittuale che si è creato tra informazione e comunicazione: cioè tra mass media e new media. In pochi anni siamo passati dalla scarsità all’abbondanza di notizie: Internet, tablet e smatphone hanno prodotto la moltiplicazione di fonti e articoli. Un mondo parallelo fatto di foto, video, e commenti che talvolta sovrasta ed emargina l’attività svolta sul campo dai giornalisti.
Il dibattito è aperto già da molto tempo: da una parte chi sostiene i new media come l’unica forma di informazione del futuro perché produce una mole sterminata di contenuti in tempo reale, gratis e facilmente reperibili online. Dall’altra parte invece, chi sostiene l’insostituibilità dei mass media che, svolgendo una professione, hanno regole e doveri da rispettare (dalla deontologia alla raccolta delle fonti) e costituiscono un baluardo per le democrazie.
Nell’ultimo decennio siamo stati inondati di casi di citizen journalism: i primissimi sono stati conseguenza di fatti eclatanti, penso all’11 settembre del 2001 quando le persone per la strada filmarono le torri e tutte quello che successe durante le drammatiche ore dell’attentato al “World Trade Center” di New York. Poi questa forma di testimonianza popolare si è moltiplicata con gli attentati terroristici in Europa oppure con gli eventi sportivi o i fatti di cronaca più spiccia.
Il salto di livello di questo nuovo modo di comunicare del villaggio globale è avvenuto con la pubblicazione della primissima foto su twitter: ricordate l’ammaraggio dell’aereo della US Airways nel fiume Hudson? Era il 15 gennaio 2009, l’istantanea di quella incredibile scena (fatto che Tom Hanks ha portato sui grandi schermi con il film Sully) venne pubblicata da un certo Janis Krums. Uno scatto che ha rappresentato lo spartiacque tra la vecchia e nuova comunicazione.
La domanda allora è: in futuro ci sarà ancora bisogno di mediatori? L’informazione sparirà in pochi anni fagocitata dal citizen journalism o saprà rigenerarsi guardando alle nuove  tecnologie come ad una opportunità da cogliere? Non sono temi di poco conto se si pensa ai complessi risvolti politici, economici e sociali che ne conseguono: come la libertà di stampa, la veridicità delle notizie, la propaganda, nonché l’occupazione che in questo settore sta diventando una vera emergenza sociale.
Diciamo subito che a questa profonda innovazione il mondo dei media italiani non ha saputo rispondere in modo adeguato pagando in termini di perdita di pubblico e di credibilità. Gli editori (o comunque le proprietà delle testate) ad oggi sono stati poco lungimiranti, hanno limitato sempre di più gli investimenti, hanno ridotto fino all’osso le assunzioni e si limitano a cavalcare l’era digitale senza un progetto industriale di lungo periodo: il risultato è un impoverimento qualitativo dell’offerta che è sotto gli occhi di tutti. A Roma poi è la crisi dei media è anche più profonda che nelle altre parti d’Italia, l’offerta è del tutto inadeguata e l’occupazione sta diventando una vera emergenza sociale.
Ritornando alla domanda iniziale, ritengo che, proprio perché viviamo l’era dell’abbondanza (ridondanza?) della comunicazione, ci sia ancora di più bisogno dei mediatori di professione. Per stare al passo con i tempi però l’industria dell’informazione in Italia (e a Roma in particolare) deve cambiare radicalmente. Va preso atto che viviamo in un’era dove prevalgono le immagini sui contenuti, e che la gente ha poca pazienza, legge poco, si distrae facilmente ed è giornalmente bombardata da una quantità di notizie (o pseudo tali) che la metà basterebbe. In secondo luogo, visto che l’evoluzione tecnologica non può essere arrestata ritengo che l’integrazione dei “due giornalismi” sia l’unica possibile via da percorrere. Quindi non più contrapposizione ma integrazione. Il citizen journalism può diventare una risorsa importante perché nessuna redazione può vantare migliaia di corrispondenti in ogni città. Allora perché non utilizzarla per la raccolta e il reporting delle notizie? Si tratta di una sfida difficile, ma è l’unica che consentirà di trovare nuovi spazi di crescita di tutto il settore. Bisogna avere il coraggio di attraversare il guado e aprirsi alla nuova era.

di Fabrizio d’Andrea

 

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