Cosa si nasconde dietro la felicità?

La felicità, come sappiamo, è uno stato d’animo che evidenzia la nostra soddisfazione totale di vita attraverso il raggiungimento dei desideri e dei bisogni; questo concetto ebbe un ruolo fortemente rilevante già dall’antichità classica dove venne utilizzato per spiegare dottrine etiche eudemonistiche che hanno come obiettivo quello di perseguire la felicità e il benessere.
Pur essendo fondamentale, questo concetto fino a qualche decennio fa non era mai stato oggetto di studio della scienza economica a causa delle varie difficoltà riscontrate tra cui, la più importante, la difficoltà di misurazione.
In particolare viene criticata la possibilità di comparazione sulla base di valori cardinali; effettivamente la felicità può essere considerata una misura ordinale, ma non cardinale; ciò significa che posso concretamente dichiarare il mio grado di felicità da 1 a 10, ma non posso stabilire se questo corrisponda esattamente allo stesso livello dichiarato da un altro. Per colmare questa ed altre complessità riscontrate e perseguire lo studio sulla soddisfazione dal punto di vista economico, sono stati utilizzati vari metodi come quello delle “vignette*” che permettono la comparazione tra i diversi gradi di felicità nel mondo.
Grazie alla nascita di numerose banche dati, contenenti informazioni sulla soddisfazione di vita e felicità dichiarata degli individui nel mondo, sono nati i primi studi economici sull’argomento che hanno evidenziato e rilevato un paradosso (paradosso di Easterlin) che sembra in evidente contraddizione rispetto ai luoghi comuni a cui siamo abituati.
Il paradosso di Easterlin, definito nel 1974 da Richard Easterlin, professore di economia all’Università della California meridionale, evidenziò che nel corso della vita la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza. Lo studio confronta il reddito pro capite in termini reali e la quota di persone che si dichiarano “molto felici” in USA nel secondo dopoguerra. Il risultato indica come un aumento significativo di reddito non è accompagnato da un aumento di felicità bensì da un declino della quota dei “molto felici” nello stesso intervallo di tempo; infatti con l’aumento del reddito, e quindi del benessere economico, la felicità umana aumenta per un tratto, poi inizia a diminuire, seguendo una curva ad U rovesciata.
Sintetizzando varie ricerche sul tema, si sono palesate tre diverse affermazioni poco concilianti tra loro:
innanzitutto che aumenti di reddito reale sono significativamente correlati con aumenti d felicità dichiarata al netto di tutte le altre variabili; in secondo luogo il forte divario che c’è tra paesi ricchi e paesi poveri in termini di reddito non si traducono in analogo divario di felicità anzi in alcuni casi i paesi più poveri registrano livelli di soddisfazione maggiori; infine esiste una categoria di persone dette “frustrated achivers” che riportano riduzioni di felicità di pari passo a variazioni positive di reddito. Queste affermazioni purtroppo non risolvono il dilemma.
Come parziale soluzione del paradosso, gli economisti hanno evidenziato due particolari fenomeni molto interessanti: il reddito relativo e l’adattamento edonico.
Il concetto di reddito relativo si avvia dall’idea sociologica che evidenzia come la felicità tradizionalmente intesa è il risultato del confronto con i propri simili, ovvero con il proprio gruppo di riferimento; siamo maggiormente felici se il nostro livello di reddito è maggiore rispetto al gruppo. Un concetto associato a questo è il treadmill effect (effetto tapis rullant): una conseguenza dell’aumento del reddito personale, ma anche del gruppo, fa si che – come se corressimo inconsapevolmente su un tappeto rullante – aumentiamo il nostro benessere rimanendo, però, sempre al medesimo punto per quanto riguarda la felicità. I principali treadmill effect sono: il “positional treadmill “, che si concentra su effetti posizionali dei beni di consumo dai quali traiamo benessere, classificandoli e dando valore a questi in base al confronto con i beni altrui; il “satisfaction treadmill che dipende dal nostro livello di aspirazione al consumo: nonostante la felicità aumenti sono richiesti maggiori e continui piaceri per mantenere lo stesso livello di soddisfazione; “l’adattamento edonico” o trappola delle aspettative crescenti è il meccanismo per il quale la nostra soddisfazione o felicità, successivamente all’acquisto di nuovo bene di consumo, dopo un breve miglioramento temporaneo, ritorna al livello precedente all’acquisto.
In estrema sintesi il messaggio che traiamo dalle varie interpretazioni del famoso paradosso di Easterlin è che il PIL non solo non necessariamente coincide con la felicità, ma è da considerarsi anche un indicatore parziale e poco esaustivo del benessere economico. Un reddito minore non è sintomo di minor felicità! Dalle parole di Adam Smith, fondatore dell’economia politica moderna si evidenzia come: “il figlio del povero (poor man’s son) lavora giorno e notte per acquisire talenti superiori ai suoi concorrenti spinto dall’idea ingannevole (deception) che il ricco sia più felice o possieda “maggiori mezzi per la felicità”, ma, in realtà, essendo la capacità di godere dei beni fisiologicamente limitata, l’uomo ricco può consumare poco di più del povero, la cui minor quantità di beni è compensata dalle minori preoccupazioni e dalle migliori relazioni sociali rispetto al ricco che vive continuamente in ansia per i suoi beni, ed invecchia solo e deluso per non aver raggiunto la felicità e per di più invidiato dai suoi concittadini.”

* Il metodo delle vignette consiste nel sottoporre a persone di nazionalità diversa immagini con situazioni di particolare disagio o benessere e chiedere successivamente agli intervistati di esprimere un giudizio numerico sulla felicità di quelle situazioni. I giudizi dichiarati fungeranno da tasso di cambio della valutazione della felicità tra nazioni.

di Giulia Toccaceli

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