Urban smartness: una prospettiva di sviluppo per Roma

Misurare con precisione sviluppo e ritardi è importante per il benessere di una città e dei suoi abitanti. Da anni in Italia uno dei report benesseristi più accreditati è l’ICity Rate, realizzato dal Forum della Pubblica Amministrazione, che identifica la smartness delle città italiane analizzando 106 Comuni capoluogo sulla base di 105 indicatori su sette dimensioni tematiche (Economy, Living, Environment, People, Mobility, Governance e Legality). Nell’ultimo ICity Rate 2016, presentato all’ICity Lab, Roma risulta da due anni al ventunesimo posto, staccatissima da Milano, Bologna, Venezia e Firenze, le quattro città metropolitane in testa alla speciale classifica. Alla pubblica opinione nazionale, l’ICity Rate consegna l’immagine della capitale in ritardo nell’adeguamento agli standard richiesti per essere una smart city al passo coi tempi.

Alla luce dei ritardi accumulati, anche per Roma l’orizzonte possibile di sviluppo attiene alla capacità d’innovazione che la metropoli riesce a sprigionare. Nella capitale serve la programmazione della rete di relazioni tra la città delle produzioni innovative e quelle della cultura e della scienza. L’ispessimento di questa rete è una pre-condizione necessaria per attivare ulteriori processi di innovazione e crescita (Batty 2013). Per poter trasformare Roma in una “metropoli globale”, cioè in un nodo di quella rete mondiale di città interconnesse alla quale già appartengono con funzioni molto specifiche le più grandi città del mondo (come New York, Tokyo, Parigi, Londra, Seul, Pechino, Shangai ed altre poche ancora), bisognerà fare scelte oculate e adottare una strategia di inserimento della città in queste molteplici centralità (Bibri – Krogstie 2017, Kumar et all.).

Nella rete mondiale delle metropoli globali Roma può e deve rappresentare un luogo di elaborazione e valorizzazione delle specializzazioni innovative e della cultura che dovranno, però, essere declinate in tutte le sue accezioni: smart city, tecnolopoli attrattrice d’eccellenza nella ricerca, nella formazione universitaria, nell’aerospaziale, nell’elettronica militare, nella biogenetica, nell’audiovisivo e nel turismo o nel restauro. Gli attori dello sviluppo digitale devono poter scegliere Roma, una città che deve investire su un modello nuovo di innovazione urbana che sposta l’asse della strategia di sviluppo verso forme nuove di economia collaborativa e social innovation; un modello che si realizza attraverso la concessione di spazi, il sostegno economico a progetti e imprese, la creazione di reti di innovatori, di fablab, di maker space e la definizione di nuove ed articolate politiche urbane. Roma può ritornare a standard che le erano riconosciuti fino a pochi anni addietro quando, nel 2008, venne segnalata tra le otto città fulcro di innovazione del mondo in una classifica del Global Innovation Agency. Ebbene, è ora di recuperare le posizioni perse negli ultimi anni. Tenendo conto delle specificità di Roma, dovrà essere accelerato l’adeguamento infrastrutturale per garantire smartness e mobilità secondo standard globali e, in questo senso, gli investimenti pubblici dovranno tornare ad essere volano propulsivo della crescita con lo sviluppo sostenibile come orizzonte e come vocazione (Stimmel 2017).  è ormai ineludibile definire nell’agenda politica un programma di sviluppo in cui si riconoscono i frammentati soggetti romani per inventare una città attrattiva per il nuovo ceto medio internazionale di city users. La capitale deve tornare ad assumere un profilo di metropoli nella quale sviluppo e investimenti siano coniugati e integrati nei processi più aggiornati di trasformazione dove conoscenza, ricerca, cultura e sviluppo sostenibile si confrontano con l’economia della globalità.

di Antonio De Chiara

 

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