Circular economy: oltre l’illusione della linea retta

Raccolta , lavorazione, utilizzo e inceneritore sono le tristi fasi di un processo lineare , teleologico e inarrestabile che caratterizza la vita e la morte della materia. Nonostante l’evoluzione tecnologica, l’informazione e la diversificazione merceologica da una quindicina di anni siamo nuovamente in una fase di rinnovata scarsità delle materie prime. È ovvio quindi, chiedersi quali processi abbiamo bisogno di trasformare per creare un mondo dove il principio cradle to cradle è valido, dove, quindi,  vengono superati i limiti imposti dall’economia lineare. Esistono due diverse risposte a questo quesito: il primo utopistico, è la decrescita attraverso un minor consumo, una minore crescita demografica, quindi controllo improbabile delle nascite; il secondo realistico, riguarda la trasformazione o sostituzione del modello lineare.
Nel 1966 l’economista Kenneth Boulding introdusse in The Economist of the coming spaceship Earth l’idea della Terra come navicella spaziale che disponendo di un quantitativo limitato sia di  risorse sia di possibilità di smaltimento dei rifiuti è costretta a custodire con cura ciò che le appartiene cercando di rigenerare i materiali utilizzati. In altre parole dall’economia del cowboy che dispone di spazi senza confini, si passa all’economia dell’astronauta caratterizzata dal limite delle disponibilità.
L’economia circolare, secondo la definizione che ne dà la Ellen MacArthur Foundation, «è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola».
Se questa fosse un’impresa sarebbe una start up ben avviata; l’economia circolare è un punto di vista che rovescia i valori che hanno dominato il XX secolo: da uno sviluppo lineare e centrato sulle sostanze minerali si passa a una visione che proietta, anche sul mondo inanimato, la logica gestionale della vita, cioè lo scambio, il riciclo, il recupero.
Janez Potočnik, commissario per l’Ambiente, presentando gli obiettivi UE sul riciclaggio ha spiegato che nel ventunesimo secolo milioni di consumatori e mercati interconnessi utilizzano ancora sistemi economici lineari ereditati dal diciannovesimo secolo.
Se vogliamo essere competitivi dobbiamo trarre il massimo dalle nostre risorse, rimettendole nel ciclo produttivo invece di collocarle in discarica come rifiuti. L’adozione dei principi di circular economy nelle filiere oltre ad avere un impatto fortemente positivo sull’economia, implica una crescita potenziale di 4500 miliardi di dollari a livello globale nei prossimi 15 anni. Insomma, una strada maestra per preservare il pianeta, ma anche per dare una spinta all’economia. Previsioni degli esperti inducono a pensare che si possano ricavare circa 1700 miliardi dalla rimozione dello spreco di risorse, circa 1300 miliardi dall’adozione dei principi del riciclo e del riutilizzo, infine altri circa 600 miliardi grazie alle pratiche di condivisione e di comproprietà.
Occorre, dunque, una trasformazione definitiva basata su tre principi che tentano di rendere l’inutilizzato e il rifiuto opportunità di crescita, vantaggio competitivo ed economico.
Riscoprire la materia scartata e limitare il processamento è il primo passo utile per raggiungere il nostro obiettivo: riciclo, gestione degli output produttivi coerente ad un “ buon “ management.
Il secondo principio è legato allo spreco dei prodotti inutilizzati e scartati precocemente.
Impedire la morte prematura della materia; spesso dismettiamo un oggetto anche se solo una parte di questo è guasta non pensando alle conseguenze.
Questi elementi sono alla base di una nuova economia, un’economia con cui dobbiamo confrontarci ogni giorno e che dovremmo adottare per la sopravvivenza del pianeta. Un economia circolare, un cerchio, un ciclo continuo senza una fine.

di Giulia Toccaceli

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