Le scelte per l’economia: noi, la crescita e l’Europa

La priorità è la crescita. Specialmente in un momento in cui, tra Brexit e Trump, tra elezioni politiche – italiane ed europee – e populismo, l’aleatorietà dei mercati è un rischio. Ridurre il debito pubblico, rispettare i limiti di bilancio imposti dall’UE e mantenere un elevato apprezzamento tra le economie europee sono obiettivi importanti, da raggiungere  contemporaneamente. Se ciò non avviene, il decadimento di un sistema economico, come quello del nostro Paese, diventa reale. Ecco allora che il modello di politica economica da scegliere è fondamentale, e con esso le tante scelte da compiere. Razionalizzare la pubblica amministrazione o mantenere le inefficienze? Abbattere i costi dell’improduttività o aumentare il carico fiscale? Investire sul posizionamento competitivo del sistema Paese o regredire tra le nazioni di seconda categoria?

Per quanto riguarda la prima domanda, sulla scelta tra efficienza o inefficienza della pubblica amministrazione, la seconda soluzione è indubbiamente preferenziale. In questa direzione sta andando la politica di Marianna Madia. A partire dal decreto sul pubblico impiego, che il ministro presenterà per metà febbraio in Consiglio dei ministri. In esso saranno indicati i casi e i tempi per le procedure di licenziamento disciplinare nella pubblica amministrazione. I provvedimenti da “bollino rosso”, sulle assenze e le irregolarità gravi,   sono diversi, come il licenziamento in fragranza di reato, quando un dipendente viene sorpreso a timbrare il cartellino e poi a tornarsene a casa. Analoga è la sanzione riservata per i casi di corruzione. Altre situazioni limite sono rinvenibili per le gravi e ripetute violazioni del codice di comportamento (quando, ad esempio, si ricevono regali costosi o si abusa dell’auto in donazione), per le assenze prolungate senza giustificazione, o per lo scarso rendimento, anch’esso protratto nel tempo.

E’ evidente che questi procedimenti sono contro gli imperativi della burocrazia, uno dei macigni più pesanti che ostacolano la crescita. Sopratutto quando la burocrazia funziona  sganciandosi da qualsiasi parametro di responsabilità. L’Italia ha bisogno di tutto tranne che dei “pigmei” di cui parla Kafka. Se la macchina amministrativa non garantisce un minimo di efficienza, potenzialmente controllabile, è l’intera economia a soffrirne. Un problema, questo, legato anche alla politica dalla Commissione europea, che ci chiede una correzione del deficit. L’entità dell’aggiustamento dei conti pubblici è stata calcolata nello 0,2%, circa 3,4 miliardi di euro. Un duro colpo per la già fragile economia nazionale. E’ per questo motivo che il ministro Pier Carlo Padoan, precisando quali spese sono ora sostenibili e quali no per il nostro Paese, afferma che qualsiasi intervento correttivo  dovrà avvenire senza misure “depressive” per l’economia.

Come? Innanzitutto continuando ad assicurare le risorse che facilitano gli investimenti produttivi, come in passato. Poi, per il 90%, la manovra riguarda i tagli ai consumi intermedi della pubblica amministrazione. Tagli alle spese dei ministeri e non a quelle degli enti locali, già in serie difficoltà, e una razionalizzazione delle partecipate pubbliche. Questo consentirebbe di mantenere una strategia di fondo per la crescita. L’aumento delle tasse, che in questo periodo danneggerebbe famiglie e imprese, e amplierebbe i disagi della classe media, può essere così scongiurato. Ragionando in modo inverso, ossia mantenendo la spesa improduttiva a parità del Pil, che nel nostro Paese è basso, creerebbe invece un inasprimento delle tasse e un ulteriore contrazione dei consumi e degli investimenti.

Se il problema dell’austerity, in questo modo, verrebbe contrastato, sullo sfondo delle politiche europee emerge un altro quesito. C’è il rischio che non esista più una sola Europa, e questo spinge ancor di più verso la riduzione del debito. La proposta scritta di un’Europa a più velocità, da lanciare il 25 marzo  prossimo – per le celebrazioni del 60° anniversario del Trattato di Roma -, ha il sostegno del Benelux (Belgio, Olanda e Lussemburgo) ed è accettata sia dalla Merkel che da Hollande. Si chiede di creare un insieme di accordi, di diverse velocità, dando ai Paesi la possibilità di partecipare in tempi diversi alle tappe dell’integrazione. Per un Paese come l’Italia ciò può essere un vantaggio ma anche uno svantaggio, molto dipende dalla graduatoria dove inserirsi. Se l’Italia rientra nella serie A, avrà sicuramente dei vantaggi al livello di immagine e di reputazione, importanti per il posizionamento economico del Paese, ma in caso scivolasse in serie B, la sua forza andrebbe peggiorando nel tempo, e con essa i costi di un’economia debitoria. Per entrare e rimanere in serie A, occorre infatti garantire tutti quei rientri economici che già oggi sembra difficile raggiungere.

Questa è una ragione in più per abbattere tutta la “zavorra” improduttiva che ostacola la crescita e il benessere nel nostro Paese. Razionalizzare per produrre, investire per crescere, sembra questa la formula necessaria per restare in Europa contando. Tornano in mente le parole di Cicerone quando, per far sì che Roma non andasse in bancarotta, affermava che l’arroganza della burocrazia doveva essere controllata, il bilancio equilibrato e la supremazia delle nazioni sostenuta. Parole sagge, indiscutibilmente. Sopratutto oggi, a tanti secoli di distanza dalla Roma imperiale.

di Luigi Gentili

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