Modello Italy, questa sconosciuta industria del cinema

Un paese incapace di sognare è quasi un corpo senz’anima, in altre parole un involucro privo di linfa d’esistenza; allo stesso modo, in una nazione che non riesce a intravedere spiragli nel suo cammino di crescita (esistenziale, economico, culturale, sociale…),  al torpore rischia di seguire l’incubo e la sua sofferenza. È proprio questo sentimento che ha vissuto negli ultimi anni la settima arte, o quello che oggi si dovrebbe  inten-dere con il sistema audioviso e tutto ciò  che ruota nella filiera dei media (internet, tv, piattaforme online..). A conferma di ciò è la profonda crisi economica e la conseguente riduzione di tutti i principali indicatori come fatturato, investimenti e occupazione, ma anche percezione nell’immaginario collettivo che ancora oggi sta vivendo tutto il settore, nelle sue espressioni più svariate. Le due ‘leve’ che reggono il sistema (diverse per ogni paese perché contesto e situazioni differenti), al di là se di natura giuridica pubblica o privata, sono “attori economici”, ma anche umani e sociali/esistenziali che possono determinare la rovina oppure il riscatto collettivo di un popolo. Indubbiamente lo Stato (in tutti i suoi livelli) ha un ruolo prìncipe in questo processo; una legge coerente e intelligente, o un bando pubblico attuato mediante una metodologia virtuosa, pone anche i soggetti privati in un processo di mentalità affine. Dove vi sono regole e normative coerenti per il raggiungimento dello sviluppo atteso (strumenti economici, defiscalizzazioni, incentivazioni studiate ad hoc, etc.), le azioni che si avvicendano nel sistema generano conseguenze migliori. Anche in sede europea,

l’aggiornamento normativo è per questo rientrato nel quadro della strategia per il mercato unico digitale (la Commissione ha presentato proprio in questi giorni un aggiornamento della direttiva sui servizi di media audiovisivi, direttiva SMA – quelle norme comuni che da quasi 30 anni disciplinano i contenuti audiovisivi e garantiscono la diversità culturale e la libera circolazione dei contenuti nell’Unione). Questo perché i fruitori/utenti ormai non si limitano a guardare i contenuti video sui canali televisivi, ma utilizzano sempre più spesso servizi di video a richiesta (per esempio Netflix) e tutte le altre piattaforme per la condivisione di contenuti video.

E anche se alcuni operatori del settore o economisti scettici verso i ‘sistemi’ economici tengono lontana l’industria dalla cultura, relegandola quasi in un freezer, freddo e privo di anima, le riforme si attuano meglio con un pensiero che guarda all’orizzonte, e senza speranza o un immaginario più grande che traini ogni sforzo si rischia di vanificare anche un piccolo barlume di energia. Senza un senso di speranza persino l’economia va in fumo, del resto se sulle banconote del dollaro l’America ha voluto riportare la scritta “In God We Trust” evidentemente si è voluto profondere almeno un minimo di buon auspicio o, se non altro, di speranza. Nel nostro paese, Cinecittà, con il suo passato glorioso nel cinema, è entrata a buon diritto nell’immaginario collettivo divenendone simbolo, anche se negli ultimi anni si è affiancata un’altra percezione del comune sentire, purtroppo anche quella della paventata chiusura. Scioperi, timori, annunci di probabili licenziamenti attorno alle mura di quelli che un tempo erano gli stabilimenti più importanti del settore, considerata persino la Hollywood d’Europa. Oggi s’intravedono dei segnali importanti sul sistema nazionale (tra riforme normative da parte del Governo, riassetti, razionalizzazione delle risorse, nuovi investimenti…), che vanno ben indirizzati con il coinvolgimento delle energie più positive del paese. È vero, a Cinecittà sono tornate a girare alcune grandi produzioni internazionali, ma non vi è dubbio che tra le mura di via Tuscolana (luogo quasi leggendario in cui un tempo veramente si fabbricavano sogni che prendevano vita nella chimica della pellicola) non può mancare anche una ‘vision’ sul futuro, uno spazio di ricerca e di sviluppo tecnologico (tutte le più grandi aziende dispongono almeno di un dipartimento R&S Ricerca e Sviluppo), così come potrebbe rivelarsi utile localizzare anche un piccolo spazio d’incubazione di una rete di PMI innovative per l’avvio di azioni e sviluppi verso i nuovi  mercati, capace di aggregare società del settore, laboratori tecnici, centri formativi, unità produttive e centri di ricerca (anche per progettare e utilizzare al meglio i fondi strutturali europei e nazionali destinati al sistema imprenditoriale). Spesso, la riconversione industriale diventa un passaggio quasi obbligato, e quindi l’aggiornamento formativo del know-how è parte di una strategia consigliata.
Questo sicuramente rafforzerebbe ancor più la mission e le sinergie progettuali, nei limiti e nelle possibilità e opportunità di ciascun soggetto coinvolto, dando così ancor più la percezione che gli stabilimenti non sono solo uno spazio immobiliare capace di generare servizi di locazione di capannoni per girare film nei teatri, ma qualcosa di più strategico e competitivo nelle varie forme che la nuova industria richiede. Insomma, se circa 80 anni fa si poteva entrare con una sceneggiatura e poi uscire con la pizza pronta (la pellicola cinematografica), oggi si dovrebbe poter accedere con un concept e uscirne con un Blu-ray, meglio ancora se in 4K 3D.

In un contesto di riforme nazionali, l’istituzione del “Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo” a opera dell’attuale Governo, anche se “riprendendo il modello francese”, come esplicitamente enunciato nel Disegno di Legge vergato dall’attuale Senato, non può e non deve rimanere soltanto una riforma asettica che si riflette nella decretazione dei vari dicasteri, ma può (e deve diventare) invece una concreta opportunità per tutti, una leva strategica, capace di riflettersi nei vari ambiti operativi di quella che è l’industria culturale e creativa più strategica per lo sviluppo e la crescita del paese. Ma più che di un modello francese, si necessita (è auspicio di tutti) di una ‘nuova vision’ e, soprattutto, di un ‘Modello Italy’.

di Jordan River

 

 

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