Una governance per Roma

E’ ormai indubbio che stiamo vivendo una crisi organica, come direbbe Antonio Gramsci: il vecchio ordinamento  socio-politico si sta sgretolando ma uno nuovo ancora non si afferma. Quello di Roma è un problema che affonda le sue radici nella Destra storica, quando dopo l’unificazione d’Italia viene deciso che la capitale deve diventare una città amministrativa, non produttiva. Questo ha creato una mentalità assistenzialistica che è sopravvissuta nel tempo. Ci sono state però delle eccezioni, basta pensare ad esempio a Ernesto Nathan, con il piano di industrializzazione o a Luigi Petroselli, con la politica urbana. Queste eccezioni ci spingono a una riflessione: Roma ha dei problemi, ma può “cambiare verso”, se imbocca una politica economica seria all’altezza delle nuove sfide.

Quello che affligge Roma è un debito smisurato, generato da politiche sconsiderate prodotte nel corso del tempo. Disoccupazione, crisi delle attività produttive, sofferenza del ceto medio. Queste sono le conseguenze della mancanza di una vision economica che appiattisce la gestione amministrativa verso un presente che si riproduce sempre uguale a se stesso. Per ripartire occorrono allora delle misure drastiche, capaci di agire su alcuni asset centrali: il cambiamento della vocazione economica della città, il potenziamento delle infrastrutture, la lotta alla povertà, la ristrutturazione dei servizi pubblici e una politica di bilancio razionale.
Il punto di partenza è la capacità attrattiva della città. Roma non ha un logo, e per questo non può attrarre investimenti, nazionali o internazionali. Visto il debito stratosferico che la caratterizza, senza attrarre investimenti esterni si può fare ben poco. Roma è una capitale senza capitali, non ha le risorse per bastare a se stessa.
Tutto ciò causa un livello di tassazione elevato, che attanaglia famiglie e imprese, rendendo il risparmio privato inadeguato per creare la spinta giusta verso la ripresa economica.
Ecco allora che la “periferizzazione” della città diventa sempre più evidente. Periferizzazione “economica” per il basso reddito dei cittadini, che si somma alle “periferie territoriali”, quelle che fanno di Roma una grande città frantumata in tanti quartieri chiusi, isolati e privi di un’offerta culturale e socio-produttiva organiche.
I cittadini oggi sono afflitti da quella che il sociologo polacco Zygmunt Bauman chiama “paura liquida”, ovvero l’angoscia verso una condizione di precarietà e insicurezza esorbitanti.  Le paure  provengono da qualsiasi luogo: lavori instabili, spese a debito, fragilità economica, rapporti precari, ecc. Queste producono un senso di minaccia che rendono le persone fragili e psicologicamente vulnerabili.
Da un punto di vista politico, la “periferizzazione” della città, unitamente alla rabbia diffusa produce una spinta forte verso il populismo. Ecco allora che il destino della Capitale rischia di entrare in mano a chi promette di agire pur lasciando la condizione reale immutabile. Il populismo, nella Capitale, si è ingrossato tanto che oggi è presente sia a destra che a sinistra, senza soluzione di continuità.

Occorre pertanto ripartire dalla governance. Al livello amministrativo Roma ha bisogno di un governance veloce ed efficiente. Esistono troppe articolazioni, troppe aziende di servizio che devono interagire con almeno quattro livelli istituzionali. Il parlamentare Roberto Morassut afferma che è necessario un ampliamento della potestà legislativa, tale da trasformare la Capitale in una regione sul modello di Berlino, contemporaneamente capitale della Germania, Land e comune. Ciò darebbe più autonomia alla città per poter gestire settori cruciali come i trasporti, l’urbanistica, il commercio o la formazione.

Indipendentemente dalla riforma sul regionalismo, l’assetto federale è d’obbligo. Occorre dare più potere ai municipi, le cui attività spesso si sovrappongono e si contrappongono a quelle del Comune.  Inoltre, sul piano organizzativo, c’è poca chiarezza sulla distinzione dei ruoli e delle prerogative. E’ per questo che occorre edificare entità nuove come i Comuni Urbani, che unificano alcuni tratti di territorio romano con pezzi di comuni della vecchia provincia. Per fare questo servono però nuovi legami tra Roma e l’hinterland.
Entra in gioco anche la Città Metropolitana, con i suoi 120 municipi dell’ex provincia. Nella sua formulazione, non ci sono innovazioni sulla definizione funzionale e territoriale delle competenze, e questo rischia di rendere statico l’intero sistema.

A Roma, oggi, sembra di imbattersi in una “situazione kafkiana”: una condizione  estranea e familiare ad un tempo. Ci troviamo di fronte ad una realtà che non volevamo affatto, e nonostante ci fossimo sforzati di evitare ne siamo rimasti imbrigliati. La speranza è che il governo urbano possa riappropriarsi della sua capacità di fronteggiare il presente, uscendo dalle logiche chiuse di kafkiana memoria.

di Luigi Gentili

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