L’Europa incerta e l’America di Donald Trump

Il rischio di avere un’Unione europea a due velocità è sempre più evidente. La lunga crisi economico-finanziaria legata al debito sovrano, che da diversi anni affligge l’Unione europea, ha accentuato le differenze tra i Paesi membri, creando categorie di serie A e di serie B. Le divisioni partono dalle diverse politiche portate avanti. Gli Stati del Nord, economicamente più forti, reputano necessario il rigore fiscale e rigettano ogni forma di mutualizzazione del debito sovrano dei Paesi più indebitati; gli Stati del Sud, al contrario, sono alle prese con la stagnazione economica e una disoccupazione crescente, e respingono qualsiasi richiesta di tagliare la spesa pubblica. A questa frattura si affianca la divergenza tra Regno Unito e Paesi continentali, concretizzata con l’ipotesi Brexit, ovvero il possibile addio all’Europa che gli inglesi saranno chiamati a votare con un referendum. Da ultimo, figura anche la diversità tra gli Stati membri dell’Ovest e quelli dell’Est, con il problema del salvataggio della Grecia e la controversia sul taglio del debito.
Queste difficoltà economiche si intrecciano ad altre due sfide significative: il terrorismo e i profughi. Il primo fenomeno mette in risalto la politica fallimentare dei modelli di integrazione degli immigrati, quello assimilazionista francese e quello multiculturalista britannico, incapaci di definire un’integrazione aperta. I profughi in fuga da guerre, violenze e miseria testimoniano, invece, l’inefficacia della frontiera dell’Unione europea, dove sono stati aboliti i confini interni tra gli Stati membri senza prevedere la possibilità di poter presidiare i confini esterni.
Queste problematiche alimentano divisioni e divergenze, a cui si sommano i ritardi della politica comunitaria. I risultati sono due: il populismo crescente in molti Paesi europei e la difficoltà a sostenere una crescita economica che c’è, ma è debole e stenta a decollare.
Mentre l’Europa è incapace di adottare una politica economica convergente, i problemi legati alla disuguaglianza sociale crescono. L’allarme, già lanciato da diversi economisti di fama internazionale, tra cui Angus Deaton e Joseph Stigliz, mostra i suo effetti sempre più evidenti. La stagnazione e la diseguaglianza si sono intrecciati l’uno con l’altro. Una piccola minoranza si arricchisce, anche in assenza di crescita, mentre il ceto medio vede ogni giorno di più restringere il proprio potere di acquisto. Una spirale negativa che frantuma la base sociale di un’economia bipolare. Se l’economia europea soffre per mancanza di decisioni congiunte, la povertà cresce, e con essa l’impossibilità di pianificare il futuro.
Il problema della diseguaglianza sociale esiste anche in America, ma gli effetti sono diversi. Lì è la casta dei banchieri e dei super manager che vedono aumentare la propria ricchezza. In Europa il fenomeno è diverso. A parte il caso di alcuni super manager pubblici, il cui reddito elevato è totalemnte separato dalla performance, l’allargamento dell’indice di Gini – che misura la divergenza nei redditi – è soppiantato prevalentemente dalle differenze territoriali tra Nord e Sud e dal blocco occupazionale che lascia fuori dal mercato del lavoro diverse generazioni di persone, giovani e adulti.
Diversamente dall’Europa, l’America però sembra più compatta nelle decisioni di politica economica, anche se lì è il nuovo populismo mediatico a crescere vertiginosamente. Basta pensare al caso di Donal Trump, con la sua ricetta fantasmagorica per rilanciare l’economia americana. Cosa vuole fare? Innanzitutto resuscitare il protezionismo, come ai tempi della Grande Depressione del 1929, rinegoziando i trattati internazionali di commercio; vuole poi ridurre le imposte, favorendo gli investimenti in infrastrutture senza però ridurre la spesa assistenziale – forse una nuova edizione di keynesismo radicale? -; vuole infine bloccare la totalità dei flussi migratori, dimenticando che la ricchezza americana è nata dall’apporto di questi ultimi.
Anche gli americani si preoccupano della riduzione della crescita e della stagnazione dei redditi, ma mentre lì c’è qualcuno che attribuisce la colpa ai Cinesi, in Europa la colpa è data da una frammentazione decisionale che sembra contrastare il ciclo economico.

di Luigi Gentili

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