Oltre il post-consumismo. Economia e caos

L’economia europea sta vivendo un periodo di caos senza limiti. Molti sono i problemi che incombono sull’economia comunitaria. Innanzitutto il Brexit, ovvero la possibile uscita della Gran Bretagna dall’UE, il cui esito dipenderà da un referendum. Ci sono poi il rallentamento della Cina, la fragilità degli altri mercati emergenti, il petrolio “low cost“, l’insabilità statunitense e i debiti di alcuni paesi europei. Questi fenomeni rendono sempre più difficile prendere le giuste decisioni di governance, data l’instabilità esistente, e i rischi di paralisi economica sono evidenti. Gestire il futuro, oggi, richiede elevate capacità di problem solving, indubbiamente, ma anche l’intuito è necessario per capire quando una politica è efficace e quando sta esaurendo la propria energia.
L’iniezione di liquidità della BCE di Mario Draghi ha dato un valido contributo nel riattivare l’economia europea, ma da sola non basta. Se negli Stati Uniti ha funzionato, in Europa potrebbe non avere gli stessi effetti, specialmente nel medio e lungo periodo. Questo perchè l’Europa e gli Stati Uniti sono due realtà differenti.
Negli Stati Uniti, come afferma l’economista americano Martin Feldstein, docente all’Università di Harvard, le politiche monetarie non convenzionali hanno funzionato egregiamente. Esse hanno fatto crescere il prezzo delle azioni, largamente diffuse, e ciò ha innalzato il potere di acquisto delle famiglie. In Europa, invece, ciò non può accadere perchè il possesso di azioni è concentrato su una piccola fascia della popolazione. I tassi di interesse bassi praticati dalla BCE non riusciranno a far decollare i consumi e, di conseguenza, l’inflazione. Senza inflazione l’economia è stagnante, immobile. Parliamo di un’inflazione modesta, naturalmente. Questa, per garantire un livello salutare dell’economia, dovrebbe attestarsi tra l’1 e il 2%. Con la “deflazione”, cioè l’inflazione negativa, non si ha alcun aumento di produttività nel medio e lungo termine. La Fed americana ora sta aumentando i tassi di interesse, e ciò contribuisce  a creare la piena occupazione (con un tasso di inflazione del 4,9%) e a far lievitare l’indice dei prezzi al consumo, scontando un calo dell’export che ha inciso però solo dello 0,25% sul Pil. In Europa neanche questo può accadere. Occorre domandarsi allora se una politica inflazionistica può realmente stimolare la crescita.
Inflazione o deflazione? Draghi punta sulla prima soluzione ma c’è chi in Europa la pensa diversamente. Angela Merkel, ad esempio. La Germania continua a non voler sentir parlare di politiche inflazionistiche. Il suo motto è il rigore. La Merkel non sembra condividere l’idea che incentivare le disponibilità di spesa sia l’unica strada in direzione dello sviluppo. Non pensa ai fantasmi della crisi del ’29, alla drammatica caduta della domanda, alla disoccupazione cronica e al crollo produttivo verificatisi nell’America di allora. Lei, come gran parte dei tedeschi, hanno ancora ben vivo il ricordo della repubblica di Weimar, anticamera dell’avvento di Hittler, quando con una carriola piena di banconote non si riusciva a comprare un chilo di pane.
La divergenza tra Draghi e la Merkel non fa che contribuire all’entropia economica. Il rischio potrebbe essere la presenza di decisioni contraddittorie che si ostacolano a vicenda. Una politica economica però dovrà pur esserci.
Dovremmo forse rassegnarci a una decrescita dei consumi? Per chi evoca una società post-consumistica certamente questo è desiderabile. Il guaio è che la decrescita, quando si innesca, è sempre esponenziale. Questo dovrebbe ben saperlo Serge Latouche e i suoi epigoni. La decrescita tende ad autoalimentarsi ed a ingrandirsi. Dalla decrescita alla recessione infinita il passo è breve.
La soluzione al problema va ricercata negli interventi pro-attivi, capaci di stimolare la crescita.  Occorre una politica economica espansiva, che sappia coniugare la scelta monetaria con interventi strutturali al livello macro e microeconomico. Occorre incentivare gli investimenti privati: sopratutto nell’innovazione, nelle infrastrutture, nell’industria culturale e nel capitale umano. Anche lo Stato, però, deve fare la sua parte: per troppi decenni il settore pubblico ha trasferito risorse “al contrario”, dal futuro al presente, tramite una spesa collettiva sganciata da qualsiasi ritorno produttivo e finanziario. Questo, oggi, non è più ammissibile.
Il problema principale, ritornando a Feldstein, è la mancanza di riforme incisive Paese per Paese. Riforme capaci di guardare al futuro, rompendo la riproduzione incestuosa tra la resistenza al cambiamento e la paralisi decisionale. La politica e l’economia non sono due realtà separate ma viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda. La governance è l’arte di dirigere coniugando le istituzioni e le imprese, per risolvere problemi locali e globali allo stesso tempo. Ogni Paese dovrà farsi carico dei propri problemi, pur avendo la stessa capacità di gestire il caos.
Gli Usa dovranno risolvere i problemi del ciclo economico, vicino alla fase discendente, fisiologica dopo 4-7 anni di crescita. L’Europa dovrà affrontare il tema dei suoi grandi debiti pubblici. Poi ci sono le economie emergenti. La Cina, cambiando la struttura della domanda interna, rallenta. La Russia ha il problema del basso prezzo del petrolio. Il Brasile è afflitto dalla combinazione del basso prezzo del petrolio con un grosso scandalo di corruzione.
Si tratta di problemi differenti che hanno un punto in comune: il disordine. E’ l’imprevidibilà che nasce della relazioni scombinate, dall’intreccio delle interconnessioni divergenti. Se si vuole andare oltre il post-consumismo, oltre il pericolo della stagnazione secolare, occore ritrovare la capacità di agire su situazione specifiche, simultanemante attraverso la leva monetaria e produttiva, agendo sui tassi di interesse ma anche sugli investimenti produttivi. Questo problema era comune sia a Keynes che hai neoclassici, anche se non è stato sempre considerato nella giusta misura.

di Luigi Gentili

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