L’agire della politica. Un libro di David Runciman

Alla fine, è solo la politica che ti può salvare dalla cattiva politica; questa è la considerazione di fondo sostenuta dall’autore, docente di scienze politiche a Cambridge, in questo saggio con il quale si presenta per la prima volta in Italia.
Il libro evita il rischio di presentarsi come un manuale di istruzioni d’uso per la politica, affrontando tre questioni fondanti dell’agire politico: a) il rapporto tra violenza e politica; b) la relazione tra tecnologia e politica; c) la moralità e la giustizia nell’agire politico.
La riflessione sulla violenza è scelto come il punto di partenza per ragionare sull’origine della politica.
L’Autore si mette in cammino partendo dalla filosofia politica moderna, scaturita dalle riflessioni sulla nascita degli apparati statali costituiti, per i quali la chiave della politica non è la violenza in quanto tale, ma il suo controllo; diviene più compiutamente relazione nel tempo tra consenso e coercizione, presupponendo un accordo collettivo relativamente all’uso della forza.
Il riferimento di partenza per svolgere questo tema è l’opera di Thomas Hobbes, “Il Leviatano”, nella quale Runciman individua il tentativo intellettuale di definire un potere capace di rispondere al crollo della politica avvenuto con la guerra civile nell’Inghilterra della prima metà del XVII secolo; un mondo senza politica destinato a vedere crescere la violenza fuori controllo; non dimenticando che una riflessione già matura in tal senso era stata svolta dal nostro Machiavelli nelle sue opere politiche.
Conclude la prima parte del volume una rassegna delle idee considerate fondative dell’agire politico nelle varie epoche storiche: per gli antichi si fondava sulla virtù, per i pensatori medioevali sulla religione, per la modernità sul concetto di utile, per la contemporaneità sulla rappresentanza.
Il secondo capitolo muove dalla rivoluzione tecnologica e da ciò che ha significato e significherà ancora di più nel tempo a venire per chiunque deciderà di impegnare il proprio tempo nella pratica politica e nella partecipazione civile; l’Autore registra che a fronte di una rapidità e incisività dell’innovazione tecnologica senza precedenti di spazio e di tempo, non si assiste ad una adeguata risposta in termini di cambiamento politico. Eppure, molte delle fondamentali questioni politiche della contemporaneità sono effetto proprio della rivoluzione tecnologica, soprattutto per quanto riguarda la società dell’informazione.
Runciman svolge poi importanti considerazioni nel rapporto controverso, spesso conflittuale,  tra azione pubblica e grandi soggetti privati dell’innovazione, cercando di stabilire quale possa essere un punto di equilibrio positivo, con l’esplicito invito a non lasciare la politica di routine nelle mani di un ristretto gruppo di specialisti.
Quasi un appello, che conduce nella terza e più densa parte del saggio che affronta il rapporto tra giustizia, moralità e azione politica; tema guida del capitolo è la crescita delle diseguaglianze, come risultato della “decrescita infelice” della politica nel promuovere prosperità ed equità diffuse.
Viene in soccorso dell’Autore il riferimento ad un altro saggio di provenienza anglosassone ma tradotto in italiano, “Perché le nazioni falliscono” di Daron Acemoglu e James Robinson; di notevole interesse la distinzione tra buona e cattiva politica: la politica funziona se è inclusiva, quando chi detiene il potere ha buone ragioni per tenere ancora conto dei desideri degli altri; al contrario, la politica non funziona quando si vede in esse l’opportunità per accaparrarsi quel che si può sino all’esaurimento delle risorse.
Al termine della lettura, ci si sente partecipi delle preoccupazioni circa la tenuta dell’assetto democratico anche perché i tentativi di risposta alle sfide che lo investono (che ci investono) sono ancora di tipo teorico.

di Diego Lutazi

 

Be the first to comment on "L’agire della politica. Un libro di David Runciman"

Leave a comment

Your email address will not be published.


*