Economia e politica: quale filo le unisce?

Oggi sembra che l’economia e la politica navighino su due binari differenti. La prima evolve, diventando sempre più sofisticata mentre la seconda è ferma al palo, rifacendosi ai modelli arcaici di Pitagora e di Platone. La prima è veloce e disarticolata, la seconda è lenta e accentrata. Il risultato? Il fatalismo decisionale. La politica economica sembra uscire di scena. Al livello nazionale e locale gli interventi di sviluppo economico sono sempre meno incisivi, e la politica si rattrappisce su se stessa. Procedure, norme, balzelli vari: sono questi gli interessi prevalenti della politica, e con essa la burocrazia e la propria riproduzione. Mentre la politica si fa autoreferente, però, le priorità di un’economia che cambia richiedono risposte incisive e strutturali che non possono più attendere, pena la perdita di competitività al livello diffuso.
Entriamo nell’era del caos, del capitalismo che collassa e della globalizzazione che inghiotte gli Stati nazione. I sistemi economici locali diventano importanti, ma questo sembra destare poco interesse. La ricchezza economica non si crea più al livello nazionale ma al livello locale. La politica ne sta prendendo atto? Gli Stati nazionali cedono il posto alle aree metropolitane, alle global city, e ignorarlo significa creare nuove forme di marginalità, di arretratezza e di sottosviluppo. Lo hanno capito anche in Cina e in India che non solo investono nelle arre metropolitane ma addirittura le creano ex novo.
Senza un piano di sviluppo industriale incentrato al livello metropolitano nessun politico può incidere sulla realtà. La stasi che caratterizza la nostra economia sembra affondare le proprie radici sull’incapacità di affrontare il futuro.
Si può essere solo economista o solo politologo? Pietro Sraffa o Antonio Gramsci lo erano. Però comunicavano, si scambiavano lettere, opinioni e prospettive diverse. Questo dialogo non avviene più.
Visto che è la politica a rimane ferma sui suoi binari, e da lì che occorre ripartire. Come? Attraverso l’innovazione. Occorre ripartire dalle forme organizzative creando strutture diversificate, incentrate sulla polifunzionalità interna e sul lavoro di rete. I partiti politici hanno al loro interno chi si occupa di sviluppo economico? Fanno proposte concrete di politica economica? Al livello locale ciò avviene molto raramente, e questo è un grande handicap. Le poche proposte formulate si limitano a sostenere la necessità di maggiori finanziamenti pubblici distribuiti a caso. I finanziamenti pubblici, però, se fine a se stessi creano solo dipendenza e passività; ad essi deve accompagnarsi una politica di riassetto socio-territoriale e dei rapporti interorganizzativi al livello territoriale. Un’occasione di investimento possono essere le città metropolitane, e data la loro fisionomia sono un’opportunità per riavvicinare l’economia alla politica. Cosa fa la politica per assicurare che queste nuove istituzioni siano in grado di appianare gli squilibri territoriali tra centro e periferia? La politica non può occuparsi esclusivamente dell’assetto istituzionale interno, relegando ad un piano marginale il meccanismo dello sviluppo economico.
Esiste anche il problema dell’autoreferenzialità. La politica non può più essere verticistica. Occorre creare reti con il mondo della subpolitica: con il mondo delle associazioni, del terzo settore, degli organi di rappresentanza e di consulenza, della ricerca e della formazione, dei club e delle agenzie di volontariato. La rete rappresenta il futuro delle nostre istituzioni, e con essa i sistemi di governance. Oggi prevale ancora la logica del government, del dirigere centralizzato e gerarchico, mentre i cambiamenti richiedono nuove forme di managerialità. La governance è infatti la capacità di gestire relazioni complesse, orizzontali, legate ad una logica di rete. Forse la governance rappresenta il terreno di incontro tra economia e politica. Attraverso di essa è possibile governare la complessità, agendo simultaneamente sugli aspetti gestionali e istituzionali. E’ solo attraverso la governance che possiamo riappropriarci delle nostre possibilità.

di Luigi Gentili

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