L’universo videoarte e nuove estetiche emergenti

È difficile descrivere un itinerario preciso della videoarte italiana e internazionale. Tanti sono gli autori conosciuti e sconosciuti. Quello delle opere video è un universo in continua espansione, in continuo divenire. L’obbiettivo del videoartista è quello di trasmettere delle emozioni e dei valori nello spettatore, coinvolgendo tutti i sensi del suo corpo. Non è importante solo la percezione visiva ma anche il tatto, l’udito, l’olfatto. Come nel cinema postmoderno, anche nella videoarte lo spettatore è immerso in un bagno di sensazioni ed emozioni create attraverso sofisticati effetti visivi e di montaggio. La finalità non è quella di manipolare la mente dell’osservatore, ma di entrare nella sua corteccia cerebrale, aprire la sua coscienza per trasmettergli valori e renderlo più sensibile ed umano. Gli effetti digitali riportano l’individuo verso un’esperienza reale più che virtuale ed artificiale. Il rapporto con l’arte del passato è sempre presente, lo vediamo soprattutto nelle opere di Bill Viola, uno dei più grandi videoartisti del panorama internazionale. Questo artista ha realizzato delle videoinstallazioni che si rapportano e dialogano con le opere di Caravaggio. L’esperienza che lo spettatore ha con l’osservazione del dipinto non è più solamente visiva, ma coinvolge anche altri diversi aspetti che riguardano l’illuminazione, il suono e le immagini digitali. In questo modo chi guarda l’opera entra dentro il dipinto capendo in modo ancora più diretto la tecnica del grande maestro. Anche altri videoartisti contemporanei mantengono vivo il modo di lavorare degli artisti del passato. Per esempio un gruppo di artisti milanesi denominato Studio Azzurro. Il loro modo di costruire le videoinstallazioni ricorda un po’ la bottega d’arte rinascimentale in senso più “moderno”. Alla creazione dell’opera-video collaborano tecnici del suono, elettricisti, musicisti, grafici e attori. Anche Fabrizio Plessi, altro grande videoartista contemporaneo, comincia a ideare il suo progetto a partire da uno schizzo su carta, fino ad arrivare alla creazione completa dell’opera attraverso il contributo di marmisti, tecnici audio e video ecc. Il panorama romano della videoarte è ricco di giovani talenti, a volte poco conosciuti ma che realizzano costantemente opere di buona qualità. Il fine di questi videoartisti è quello di mettere lo spettatore in condizione di percepire e vedere realtà invisibili e interagire in modo più aperto e libero in un universo digitale che non conosce barriere e differenze di classe. Tra i gruppi e i collettivi che producono della buona videoarte vorrei menzionare il gruppo “Liminal”. Liminal nasce dall’idea di creare uno spazio di sperimentazione culturale libera e cross-mediale a cavallo tra diverse arti performative. Uno spazio di incontro in cui linguaggi differenti si ibridano. Lontano dalle degenerazione della club culture, Liminal vuole essere un luogo di condivisione e socialità differente. Uno spazio collettivo pensato per condurre un’indagine attorno alle espressioni più innovative della musica elettronica contemporanea e delle performance di live video. Un altro collettivo emergente di giovani videoartisti è il “Vjit”. Il termine “Video” indica l’atto stesso del guardare. Lo sguardo del collettivo Vjit è sempre rivolto ad un ritmo, ad una realtà non continua, ma riflessa e rifratta da suoni. Il processo di creazione di un’immagine si avvicina a quello di composizione musicale a tal punto da fondersi in un unico segnale. Linee spezzate modulano frequenze che a loro volta danno vita a nuove geometrie dell’ascolto. Occorre molto ordine per produrre un “dolce disordine” e una buona dose di strutturazione per creare uno spazio e un tempo giocosi e sacri, dedicati all’anti-struttura. In Italia la tendenza dominante risulta essere la videoinstallazione interattiva, caratterizzata dal coinvolgimento attivo dello spettatore, che diviene così parte del farsi dell’opera. A questo proposito è chiarificatrice la spiegazione che offre Simonetta Cargioli nel volume “Sensi che vedono” quando afferma che: “ Lo spazio dell’installazione interattiva è uno spazio critico, problematico, sensoriale, spesso ludico, volto a coinvolgere i visitatori in un gioco di ruoli. Accanto a questo forte filone hanno notevole spazio le videoinstallazioni, che giocano con l’area dell’allestimento e costruiscono uno spazio polisemico, in cui lo spettatore vive un’esperienza di immersione percettiva, pur non avendo un ruolo attivo, nel senso canonico del termine. Soltanto attraverso la contaminazione, l’ibridazione di un’arte con altre forme d’arte possono nascere altri stili e tendenze artistiche. La sperimentazione di nuovi linguaggi artistici da parte dei gruppi e dei collettivi giovanili danno un grande contributo e incoraggiamento allo sviluppo dell’estetica della videoarte, ma è determinante anche la creatività di quegli artisti che lavorano spesso con povertà di mezzi e che riescono a realizzare opere di grande sensibilità poetica. Molti di loro vengono dalle periferie più povere del pianeta e ci fanno capire come l’arte è un linguaggio che nasce e si arricchisce nella povertà.

di Piermarco Parracciani

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