L’economia che verrà. Piccoli miglioramenti, e poi?

Dopo gli ultimi anni di crisi, sembra che finalmente nel nostro Paese si torni a parlare di numeri positivi in economia. Le previsioni sembrano indicare una crescita del PIL dello 0,9%, superiore ai risultati di molti “falchi” del Nord come l’Olanda, la Finlandia o l’Estonia. Crescono le esportazioni, ma segnali incoraggianti giungono anche sui versanti degli investimenti e dei consumi. Segnali deboli, certo, ma sufficienti per far capire che qualcosa sta cambiando e occorre agire. Il clima di fiducia è la fucina per qualsiasi economia che vuole crescere, e in Italia di fiducia ne occorre parecchia. Specialmente quando il recente passato ha visto la carenza di decisioni politiche in grado di affrontare il cambiamento.
La legge di stabilità, approvata in questi giorni, sembra andare in questa direzione. L’abolizione della tassa sulla prima casa contribuisce alla crescita dei consumi interni, oltre che sollecita gli investimenti, specie  nel settore immobiliare, che è alla base del nostro sistema economico. Discorso analogo per gli sgravi fiscali verso gli investimenti in macchinari, l’abolizione dell’Imu agricola e della tassa sugli “imbullonati”, misure, queste, proposte per ridare fiducia alle imprese. Si tratta di una manovra espansiva, anche se finanziata in deficit. Essa è però tollerata se serve per rilanciare la crescita e non la spesa corrente dell’assistenzialismo. Per rilanciare l’economia possiamo anche spendere in deficit, a condizione che gli obiettivi siano quelli di  rilanciare la propensione a spendere e a ridurre i costi della burocrazia. Se si opta solo per la prima soluzione, ossia spendere denaro pubblico in modo improduttivo, e non si abbattono i costi della burocrazia si fa solo populismo, e negli ultimi tempi sembra che questa soluzione vada molto di moda tra i leaderisti di ultima generazione.
Sul fronte della burocrazia si sta facendo molto. Basti pensare alla riduzione delle partecipate della Pubblica amministrazione, un Moloc che ogni anno brucia 2 miliardi di euro. L’obiettivo è liquidare la maggior parte delle società che formano il capitalismo municipale, riducendole da 8 mila a sole mille. Ci sono poi la sburocratizzazione degli insediamenti produttivi, con una riduzione del 50% degli adempimenti, il taglio delle Camere di Commercio e il Freedom of information act, che ha la finalità di rendere accessibili ai cittadini tutti gli atti della Pubblica amministrazione. Infine c’è la valutazione delle prestazioni per gli statali, una sfida non facile ma indispensabile per la lotta degli sprechi. Si, perché gli sprechi ci sono, e quelli della Pubblica amministrazione sono una delle cause principali del debito pubblico.
La montagna del debito, in Italia, è pari a 2.170 miliardi, ovvero il 132,8% del PIL. Una cifra astronomica, il cui aumento è dovuto anche ai pagamenti dei debiti della Pubblica amministrazione e agli aiuti ad altri Paesi europei in difficoltà, a partire dalla Grecia. Il nostro Paese rimane un sorvegliato speciale da parte degli interlocutori istituzionali e dei mercati finanziari. La gestione del debito pubblico italiano – afferma il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan -, continua a perseguire il difficile equilibrio tra la riduzione del rischio che la finanza pubblica possa trovarsi esposta a shock incontrollati – tali da provocare un aumento della spesa per interessi e la difficoltà nel rifinanziare il debito stesso – e la minimizzazione del costo con un respiro di lungo periodo.
Accanto a un’economia nazionale che da segni positivi, con piccoli miglioramenti, emergono allora le incognite di un sistema Paese che necessita di grandi energie. Le incognite sono alimentate però anche da una situazione internazionale instabile. Prime fra tutte, emergono le differenze nella politica monetaria tra le due sponde dell’Atlantico, tra gli Stati Uniti e l’Europa, nonché il rallentamento dei Paesi emergenti, con la Cina che frena rispetto al passato.
Sul fronte del mercato delle valute, negli Stati Uniti la Federal Reserve aumenta il costo del denaro, mentre la Banca Centrale europea continua a conservare i bassi tassi di oggi. Il dollaro aumenta di valore rispetto all’euro. L’export americano sarebbe svantaggiato mentre quello europeo no, ma i contraccolpi al livello internazionale creerebbero molte incognite. Al rialzo dei tassi di interesse americani potrebbero accompagnarsi dei terremoti valutari in altri paesi, a iniziare dalla Cina, che oggi ritiene il renminbi sopravvalutato. La Cina ne risentirebbe e l’impatto internazionale sarebbe notevole, visto che la Cina è uno dei Paesi che sta “tirando” l’economia globale. La Cina ha già un’economia al ribasso, con un eccesso di capacità produttiva e un forte debito aziendale. Il calo della produttività dovrebbe attestarsi al 6,5% (oltre un punto e mezzo in meno).
La sfida che dovrà affrontare la Cina condizionerà i nostri destini. Il Paese oggi sta vivendo un processo di trasformazione che la vede passare da economia orientata all’export, con alti volumi di produzione e bassa tecnologia, a un’economia incentrata su un sistema più bilanciato. Spiccano i grandi investimenti in infrastrutture – come quelli riscontrabili dalla nuova via della seta, il progetto “One Belt, One Road” ad esempio – la crescita dei consumi interni e l’innalzamento dei livelli tecnologici. A ciò si aggiunge anche l’ingresso del renminbi nel paniere delle monete ufficiali del Fondo Monetario Internazionale.
Problemi legati alla propria economia affliggono anche Paesi come la Corea del Sud e il Brasile. Quest’ultimo ha una doppia crisi: economica ma anche politica, con una classe dirigente sottoposta all’azione della magistratura che molto ricorda la nostra Mani Pulite.
Se il futuro economico è incerto, sono le decisioni politiche che devono essere certe. Per l’Italia è indispensabile una politica economica che sappia accompagnare i nuovi segnali di crescita delle esportazioni con la ripresa dei consumi interni. Per l’Europa occorre maggiore coraggio per il sostegno degli investimenti produttivi e per gli Usa si auspica la necessità di valutare le ripercussioni internazionali delle proprie scelte monetarie. Quanto alla Cina, le prossime scelte di Pechino ci diranno se la sua economia avrà un peso rilevante nel nuovo ciclo di accumulazione postcapitalistico.

di Luigi Gentili

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